Come si fa un corto animato di successo?
Tra le tante domande che mi pongo in maniera ricorrente ce n’è una che continua a tormentarmi ormai da anni: come si fa un cortometraggio di animazione 3d che abbia successo?

Ho visto molti amici provarci. Molti hanno desistito. Alcuni stanno ancora provando. Li ammiro e allo stesso tempo provo una profonda frustrazione per non aver visto ancora i frutti di tanti sacrifici.
Siccome, sistematicamente, incontro persone che sognano di realizzare un corto 3d nella speranza di lanciarsi nel fantasmagorico mondo del cinema ho pensato di condividere pensieri e scoperte in un **diario pubblico** piuttosto che rimanere nel mio cubicolo a rodermi il fegato.
La mia passione summa è quella dei meccanismi. Conoscere come funzionano le cose. Se poi tali marchingegni hanno a che fare con i processi creativi ed con quelli connessi ad immaginazione e fantasia: mi si accendono tutte le lucette.
Ecco perchè mi pare interessante andare più a fondo e capire il perchè di tanti aspiranti registi, animatori e produttori e il perchè di tante inesorabili frustrazioni.
Essendo il cinema un argomento così vasto, nonostante saremo costretti ad esplorarlo in lungo e largo, mi pare saggio dichiarare obbiettivi concreti e circoscritti per poter meglio digerire una missione così ambiziosa.
Vorrei investigare il processo di produzione di un cortometraggio animato al computer che abbia successo di pubblico.
Ecco. Pare così facile!
Da dove cominciamo?
Mi pare interessante usare subito la nostra missione e cominciare ad estrarre le parole chiave. Per esempio, direi di essere stimolato dalla parte che recita: “investigare il processo di produzione di un cortometraggio”.
Posso già reputarmi sistemato per svariate decine di ore senza neanche toccare la tecnologia ed il risultato finale.
Mi pare buono il principio di spezzare i problemi in questioni minori da risolvere isolatamente. No?
Così ragionando sembrerebbe si possano identificare diverse aree del macroproblema, che sono:
- investigare
- processo di produzione
- cortometraggio
- animazione al computer
- successo di pubblico
Ora non so quanto sia utile tale separazione e soprattutto quanto sia dissacrante. Ma essendo genuinamente ignorante ma fiducioso nella logica mi sento rassicurato da oggetti “sconosciuti” più gestibili nelle loro minori entità piuttosto che aggredire una grossa scatola nera, imponente e spaventosa.
Qui sotto puoi scrivere i tuoi commenti. Mi farebbe piacere sapere se ti senti uno di quelli che cito nell’articolo e sopratutto sarebbe importante far conoscere la tua esperienza, positiva o negativa, nella realizzazione di un corto 3d.



18 December 2004 alle 2:24 pm
Interessante questione. Fai bene a porti simili domande. Di fronte ad un problema che ti fa “rodere il fegato” la prima cosa da fare è chiedersi “PERCHE’?”
Le aree del macroproblema che hai individuato per cercare di capire mi sembrano corrette… ma manca all’appello un’area secondo me tra le più importanti in assoluto e che va posta a monte della produzione di un corto di successo: l’Idea.
L’Idea con la I maiuscola. Tecnicamente chi più chi meno tutti i corti sono di ottima fattura.. ma quello che davvero ne determina il successo è l’Idea, forte, che lascia il segno.
Puoi investigare, fare sondaggi per capire i gusti del pubblico, ma il vero successo di un filmato non è prodotto di statistiche. Ad Hollywood si è affermata la consuetudine di girare un film, farlo vedere ad un pubblico campione, far riempire a tale campione un test sul gradimento e poi cambiare tutto ciò che non è piaciuto. Questa è la procedura per i film commerciali di bassa fattura… mancanza di Idee.
Quello che ci vuole per fare un corto di successo (e quello che manca al cinema italiano in generale) principalmente sono delle Idee graffianti, intelligenti, non banali… insomma… un “quid” che smuova l’interesse del pubblico che, sono sicuro, va oltre il semplice apprezzamento tecnico-estetico del corto. Dopo aver trovato l’Idea si può disquisire quanto vuoi sul processo lavorativo, la preparazione tecnica di chi lavora alla modellazione o all’animazione. Ma rimane il fatto che determinate produzioni “di successo” a volte sono scadenti dal punto di vista tecnico… ma hanno saputo toccare il tasto giusto con quello che volevano dire… e il pubblico ha risposto.
18 December 2004 alle 3:05 pm
si fa con una storia molto solida, il passato e il presente insegnano che una buona storia fanno perdonare errori tecnici e logici, mentre una tecnica ottima senza storia fanno annoiare, vedi final fantasy…
18 December 2004 alle 3:18 pm
Cristian: intanto benvenuto in questo modesto ma promettente salotto virtuale. Accolgo il primo commento in assoluto con grande piacere.
L’idea come tu dici è assolutamente a capo di una soluzione felice. Mi piace particolarmente la tua espressione
E’ proprio questo il punto: vale la pena sottoporsi a tanti sacrifici per un prodotto audiovisivo che scontatametne NON lascerà il segno?
Non è forse importante mettercela tutta affinchè l’idea, sin dal suo primo vagito, abbia tutte le potenzialità per lasciare una traccia, il più possibile duratura nella Storia?
E’ qui è facile lasciarsi andare a deliri di oonipotenza e megalomanie, ma sapete come si dice no: Mira alla luna per colpire in alto.
Quindi Cristian, mi aiuti ad andare nella giusta direzione. L’idea è uno dei punti caldi di questa discussione.
Grazie.
18 December 2004 alle 6:04 pm
Ciao a tutti.
Premetto che ho solo un breve passato da 3D artist tradizionale…visto che da diversi anni mi occupo quasi esclusivamente di videogames.
Sull’argomento direi che certamente l’aspetto narrativo e comunicativo e’ molto piu’ importante dell’aspetto tecnico…ma solo dal punto di vista dell’autore (scrittore – ideatore) e del “fruitore”.
Dal punto di vista imprenditoriale la parte tecnica e gestionale, IMHO, e’ decisamente rilevante.
Un conto e’ essere Pixar, dove esiste un enorme background di attivita’ di produzione e realizzazione, dove le procedure sono in vigore da anni e dove c’e’ davvero poco che possa andar male, e un conto e’ essere uno studio indipendente che quelle procedure le deve elaborare e testare per la prima volta.
L’idea puo’ essere la migliore…ma il succo di tutto e’ che c’e’ un prodotto da realizzare, coordinare, “budgetizzare”, marketizzare e distribuire…con tutto quello che ognuno di questi aspetti comporta.
E’ vero che semplicemente “illustrando” un’ottima idea posso essere contattato da questo o l’altro sito internet, ma sono davvero questi gli obbiettivi per un’idea “cosi’ ” buona?
O e’ piuttosto creare, che so, una serie prodotta da una TV americana o di qualunque altro paese?
Cerco la gloria o insieme alla gloria voglio anche sostenere un’attivita’ commerciale che stia in piedi?
Credo di aver aggiunto carne al fuoco che andava cmq aggiunta.
18 December 2004 alle 7:27 pm
Benvenuto Emanuele!
E’ proprio necessario aggiungere l’aspetto imprenditoriale-economico.
Io personalmente nè posso permettermi di lavorare per la gloria nè intendo più dedicarmi ad attività che lasciano il tempo che trovano.
Quindi raccolgo pienamente la tua gradita provocazione: l’idea è importante ma deve essere supportata da un attento piano imprenditoriale.
Ottimo.
Allora ribatto: a cosa devo pensare prima?
Lasciate fluire le vostre parole.
19 December 2004 alle 5:14 pm
XXXXX XXX!! filtra questo e pure la Xxxxxxx con il xxxxxxxxx, visto che è Nxxxxx.
Tanti auguri a tutti
SOGNATORI DISGRAZIATI IMBECILLI PERDITEMPO!!!
19 December 2004 alle 6:10 pm
Benvenuto anche a te Marco.
Certo non tutti possiamo essere d’accordo. Ci ho pensato a lungo prima di accettare il tuo commento e poi ho deciso di dare una pulita a quella tua boccaccia: ma comunque di farla parlare lo stesso.
So bene che era staccata dal cuore.
Unisciti a noi: ma facci leggere cose diverse dalle ics.
20 December 2004 alle 1:06 pm
Ciao a tutti!
Sono d’accordissimo con chi dice che l’idea sia il fattore principale.
Se l’idea non funzione e’ inutile partire…
Mi piacerebbe pero’ dire la mia aggiungendo un altro elemento fondamentale:
La motivazione.
Credo sia molto importante che ogni membro del team sia ripagato del proprio sudore.
Puo’ essere in denaro, apprendendo cose nuove o semplicemente con la soddisfazione di fare qualcosa di fico, di diverso.
Ed e’ altrettanto importante che la motivazione venga alimentata in tutta la durata della produzione.
Altro elemento importante!
Una pipeline semplice e funzionale fara’ sicuramente ottimizzare i tempi di produzione, diminuire stress e aumentare la qualita’ del lavoro.
Ciao
Marco Carpagnano
20 December 2004 alle 6:16 pm
Carlo, non penserai che mi sia dimenticato di te?
Per salutarti e far onore alla tua sacrosanta tesi ti dedico questa citazione in inglese sull'importanza della storia in un film d 'animazione.
20 December 2004 alle 6:20 pm
Marco (Carpagnano), benvenuto fra noi.
Tocchi altri due punti cruciali: la motivazione ed il flusso di lavoro.
Il primo è un punto dolente quando parli delle giuste motivazioni: che siano esse economiche o semplicemente di soddisfazione.
Io so cosa significa lavorare per la sola soddisfazione: ti fa crescere e ti gratifica fino a quando non ti rendi conto che non ti può sostentare. Ovviamente se non hai rimediato in altro modo.
Il secondo punto è sicuramente un fattore chiave per il successo: l'organizzazione e la gestione sono l'amalgama indispensabile per far funzionare meccanismi ben oliati.
Grazie per il tuo contributo.
20 December 2004 alle 7:20 pm
Cari tutti,
(stavo per scrivere cari “Sognatori Disgraziati Imbecilli Perditempo“)
sono soddisfatto di questa prima tornata di commenti. Passo ad estrarre un sunto per potervi poi invitare al prossimo passo.
Risulta che tutti gli intervenuti convengono sul porre l'accento sull'idea come primo passo nella ideazione e realizzazione di un cortometraggio.
Com'era facile prevedere fin quando non si parli di mera tecnica la specificazione “corto 3D” o in “computer animation” va a decadere in quanto per il momento stiamo parlando di un prodotto audiovisivo a tutti gli effetti.
Avete detto che l'idea deve essere con la I maiuscola, deve essere forte e deve lasciare il segno.
L'idea deve essere graffiante e non banale. E se l'idea non funziona è addirittura inutile partire.
Sono molto in sintonia con questi risultati e vorrei subito fare quadrato intorno a questo argomento ed aggredirlo in profondità.
E' per questo che vi ringrazio per i contributi a questo articolo e mi preparo a scrivere il prossimo.
20 December 2004 alle 8:59 pm
Ciao artisti,
La Pixar insegna che “La storia è regina”.
Se come me avete studiato ogni singolo fotogramma dei contenuti speciali di Monsters & Co. e Nemo, avrete capito quanto tempo impiegano per trovare l’idea giusta e soprattutto per RAFFINARLA.
In realtà con la parola “storia” sottintendono il plot, la sceneggiatura e lo storyboard.
Attraverso lunghissimi processi di costruzione, distruzione e ricostruzione cercano la soluzione migliore per NARRARE qualche cosa di COINVOLGENTE.
Questo (cito testualmente Andrew Stanton) “malleabile, confuso e glorioso processo” (e mi permetto di aggiungere)difficile e spesso frustrante, li porta ad avere qualche cosa che funzioni PRIMA di passare al reparto animazione.
I passaggi che conducono sono quindi:
1- definizione dell’idea di base.
2- Definizione nel dettaglio dei personaggi (Bibbia)
3- Sceneggiatura
4- Storyboarding
-Prima verifica condotta interpretando i disegni degli storyboard al cospetto di un piccolo numero di collaboratori.
5- Registrazione delle voci d’appoggio
6- Montaggio dei disegni sulle voci d’appoggio
-Seconda verifica condotta proiettando il film sotto forma di Animatic
Tutte queste verifiche vengono condotte PRIMA di far toccare un mouse ad un artista 3D, poichè anche per LORO (!) produrre CG ha un costo enorme e non possono permettersi di imboccare vicoli ciechi.
Fatta questa piccola premessa vorrei farvi riflettere su uno dei cortometraggi più geniali che abbia mai visto: For the Birds.
Ditemi, chi riderebbe sentendo raccontare la storia di For the Birds?
Arriviamo quindi subito ad un punto a mio avviso cruciale: Ogni storia ha bisogno della “sua” perizia tecnica.
Ci sono storie che possono esser sviluppate egregiamente con ritagli di cartone da una persona che non sa disegnare ed altre che hanno bisogno di maggiori capacità artistiche.
Credo che For the Birds abbia cominciato a far ridere nel “momento 4″, ovvero quando i disegni stilizzati degli storyboarder hanno lasciato intuire le espressioni dei piccoli protagonisti.
La capacità interpretativa degli animatori, i suoni e la musica, la bellezza delle immagini (badate che “bellezza” non sempre è sinonimo di complessità), il montaggio e la regia (che danno il ritmo alla narrazione) hanno reso al meglio un’idea geniale, permettendole di conquistare l’Oscar.
Quanti ingredienti fondamentali avete contato fino ad ora?
Io moltissimi:
-Idea (elemento basilare imprescindibile per ogni successo)
-Prefigurazione (Capacità di capirne le potenzialità prima di vederla realizzata!!)
-Sintesi grafica e montaggio (Capacità di riassumerla in modo efficacie attraverso gli storyboard)
-Risorse artistiche (Capacità artistica di chi ha dato vita ai personaggi, ed ha reso la narrazione fluida, interessante ed esilarante)
-Risorse economiche(Capacità economica ed organizzativa di sostenere una produzione adeguata)
La storia ci insegna che ogni regola ha le sue deroghe, potremmo quindi cercare degli esempi di cortometraggi che senza soldi, ne particolari risorse artistiche, hanno comunque avuto un certo successo.
E’ il caso di “Le foto dello scandalo” di Daniele Lunghini, che trasponendo l’idea del (classico per il mondo della CG) WalkThru in “ambito filmico” NOIR ha colpito per la sua originalità.
Torniamo quindi all’atomo, la base imprescindibile: L’idea.
Un saluto a tutti
-M-
20 December 2004 alle 9:23 pm
Ciao,
scusate il ritardo dovuto ai miei impegni.
Sottolineo che l’idea, come e’ stato detto, e’ fondamentale.
l’idea e’ sempre l’elemento principe di tutti i progetti.
Senza la scintilla di partenza non si muove una foglia, anche se renderizzata meglio che al naturale.
Una volta che c’e’ l’idea pero’ non e’ detto che la soluzione del problema sia alla portata… anzi.
Con un’ idea meravigliosa bisogna fare i conti con il mondo reale.
per questa ragione il Sig. Da Vinci non ha “combinato” quel casino che una mente come la sua avrebbe potuto fare nel suo tempo… Lui era troppo avanti per la tecnologia corrente, e le sue idee mancavano di…. motore.
Bene, assodato cio’ tocchiamo con mano i limiti sia culturali che tecnici del team che si pone al lavoro.
Questo processo e’ il piu’ difficile perche’ presuppone un autocritica che prevarica l’amor proprio.
Da qui’ bisogna costruire una pedana di lancio solida con solidissime basi, per quanto limitate dalle “risorse” ma illimitate dal punto di vista tecnico della tenuta di spinta del vettore “il progetto”.
Ci sono in giro esempi autorevoli che comunque mostrano tutti i lati buoni e contemporaneamente tutti quelli cattivi.
Cosa vuol dire questo?
Vuol dire che se la potenza dell’ “imposizione” sul mercato di un certo prodotto e’ grande anche delle cose mediocri all’interno di contenitori cosiddetti pregiati acquistano un plusvalore relativamente immeritato.
Pero’ la storia ci insegna anche che se certi messaggi sono buoni ma di non eccelsa fattura hanno comunque una chance di uscire dall’anonimato e’ cio’ e dovuto dal tipo di presa che un messaggio ha sull’utente.
Per mettere in moto questa macchina di “imposizione” e’ necessario che i macchinisti dell’imposizione vedano una prospettiva sia lucrosa sia di prestigio da una proposta nuova che viene da persone senza una storia documentata a lettere cubitali dai media.
I grandi hanno avuto il dono di combinare la buona fattura con un buon messaggio. Ed anche a loro spese hanno rotto la cortina di distribuzione… lacerandone a forza le bande di “protezione”.
Pero’ c’e’ inoltre da dire che tutti i pionieri che si sono immolati alla causa con grandi sacrifici sono stati piu’ o meno premiati…
Perche’ dico questo?
Perche’ c’e’ da sottolineare il fatto che oltre all’ idea ci deve essere un modo nuovo e possibilmente non emulativo per poter dotare il progetto di quell’ interesse che lo porti fuori dall’ ordinario, che ti renda pioniere non solo di te stesso ma anche su tutto il tuo circondario… il mondo.
A dispetto di Da Vinci, nel mondo Virtuale, una grande tecnologia e’ a disposizione di “troppi” una certa soglia di “Qualita’” e’ raggiunta gia’ da troppi ed una certa saturazione e’ nell’aria.
Il tentativo di iper realismo non ha scosso la grande massa, e mi rammarico del lavoro mostruoso fatto su Final Fantasy che non ha raccolto quello che si e’ pensato di aver seminato.
La fotografia a generato gli impressionisti… un movimento artistico che vedeva la realta’ con occhi nuovi… un nuovo modo di proporre una visione soggettiva… vedete… ancora oggi gli impressionisti sono il piu’ imitato, il piu’ amato e emulato movimento pittorico di tutti i tempi.
Allora?
Allora qual’e’ il condimento perfetto per l’elemento base “IDEA”?
Il gusto? Beh su questo non ci si puo’ nemmeno discutere perche’ e’ comunque sottinteso.
Io direi: L’Idea proposta in modo originale…. nuovo… diverso.
Ogni emulazione e’ “tossica”.
E questo lo sanno anche quelli che sono sulla cresta dell’onda… loro, anche se “swingano” su una corsia del mercato a loro ormai aperta, cambiano direzione continuamente… non vi dice niente questo?
Ciao
Michele
20 December 2004 alle 9:37 pm
Caro Marco (Genovesi),
il tuo contributo è il migliore in assoluto confrontato con i nostri.
Hai percorso qualche migliaio di anni luce lungo la strada che (quasi) timidamente stavamo stendendo.
E ben venga Porca Paletta!
Questa è musica per i miei occhi!
Riassumo aggiungendo il commento di Marco:
1. L'idea è regina.
Il resto è tanto prezioso quanto denso. Me lo voglio snocciolare e centellinare un pezzetino per volta quando, nel giusto contesto potrò smembrarlo nei suoi atomi e digerirlo insieme a voi.
Ripeto e confermo: Marco Genovesi ribadisce:
1. L'idea è regina.
Ottimo ragazzi.
Mi piace riportare anche la citazione di Marco sul processo di raffinamento progressivo che porta la peggiore storia del mondo a diventare la migliore storia del mondo.
E proprio come dice il Marco G., è solo un caso che pochi commenti prima abbia citato John Canemaker che scrive
(Non ho trovato la traduzione di flipbook, ma per capirci sono quei libriccini le cui pagine sfogliate rapidamente mostrano delle brevi animazioni su di esse disegnate).
Quindi ancora una volta stiamo prescindendo dal mezzo.
Marco ha anche anticipato il mio piccolo esercizio di ricerca di idee che funzionano e cita, appropriatamente, il “For the Birds” di Pixar.
Ottimo, allora, dai, spostiamoci di là e portiamo avanti la discussione:
Quali sono i cortometraggi che **vi** hanno lasciato un segno?
a meno che non abbiate altri commenti.
20 December 2004 alle 10:18 pm
Michele!
Mi hai bruciato sul tempo. Non ho fatto a tempo ad incensare Marco G. che mi spari un intervento fiume dietro le quinte.
Che dirvi: gongolo di gioia.
Michele conferma ancora una volta l’esattezza del primo passo che vogliamo compiere nell’analizzare il cammino che porta alla realizzazione di un prodotto audiovisivo (corto) di successo, ovvero: l’idea.
Molto saggiamente ci fa già prefigurare le fasi adiacenti e ci dice che se non c’è motore con l’idea ci fai ben poco.
Recepisco la necessità di creare una solida base attorno all’idea per poterla vedere almeno germogliare.
Mi sembra di capire poi come l’idea, al di fuori dell’etica, può avere un tale successo da imporrre (così scrive Michele) la sua presenza sul mercato in virtù della giusta veste ad essa attribuita e dell’efficace distribuzione che se ne è fatta.
Leggo poi un collegamento con la motivazione necessaria a fornire la spinta all’idea.
I grandi, secondo Michele, sono quelli che riescono a coniugare un’ottima fattura con un’ottimo messaggio (contenuto?).
E qui mi trovi d’accordo.
Michele inoltre suggerisce che l’impegno sacrificante nella realizzazione di opere pionieristiche è comunque premiato ma deve essere supportato dalla volontà di essere innovativi.
Ecco, qui, mi colpisce il suo “non emulativi”. Questo, Michele, mi piacerebbe che lo approfondissi. E’ così difficile essere originali.
Qualcuno nell’ufficio brevetti americano ha detto da qualche parte: se si può inventare è già stato inventato.
Questa ricerca dell’innovazione è forse destinata a procurarci frustrazione eterna?
Capisco la tua percezione di un mondo/mercato saturo e di tecnologia avanzata ormai di massa.
E capisco la tua provocazione/ il tuo desiderio di trovare nuovi mezzi espressivi ed artistici.
Ma come si fa?
Da dove devo cominciare?
Allora sto perdendo tempo nel concentrarmi sul cortometraggio di animazione al computer che milioni di miei simili stanno aggredendo?
Skippando sul gusto, credo che si possa aprire una intera discussione a parte. Non mi è per niente chiaro cosa intendi. (ti prego dai. no. dai!)
E che mi vuoi dire con quelli che sono sulla cresta dell’onda e swingano? Che mi devono dire?
Me lo dici?
Michele: non so come ringraziarti per le tue domande.
Mi hanno stimolato vari argomenti. E mi stanno proiettando verso sentierei meno battuti del solito.
Grazie.
21 December 2004 alle 11:46 am
Cari tutti,
mi son ritagliato un attimo di pausa dalla frenesia quotidiana per dire anche io la mia.
Per prima cosa trovo stupendo che tutti ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda: l’idea è regina. Questo punto di partenza potrebbe anche apparire scontato, ma credo che se ogni giorno accendiamo quello scatolone che si chiama televisione o diamo un’ occhiata ai film che escono al cinema, potremmo verificare che tanto scontato questo presupposto non lo sia.
In particolare negli ultimi anni, grazie all’avvento smodato della computer grafica, abbiamo visto un ulteriore proliferare di vere schifezze cinematografiche. L’effetto speciale garantiva pubblico, per cui: soldi, ovvero l’unica ragione per cui ovunque si produce un film. Queste nuove infinite possibilità, anzicchè migliorare il prodotto “film”, hanno portato risvolti negativi… gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Anche grandi firme hanno spesso compiuto delle vere e proprie involuzioni: Spielberg, Zemeckis… non hanno fatto sempre centro!
Credo che tutti si pongano inizialmente il problema dell’”idea”, ma molti poi la trasformano in “idea commerciale”, che è ben altra cosa. E così nascono i vari Muccino, Vanzina etc etc… che fanno soldi al botteghino e producono. Ma se certe “idee commerciali” piacciono al pubblico (e i risultati lo dimostrano) probabilmente bisogna giungere ad un’analisi molto triste sulla nostra cultura. Secondo voi film come Forrest Gump o Big Fish avrebbero potuto essere delle “opere prime”?
L’idea…
Vi pongo un’altra riflessione prendendo spunto da Marco Genovesi: come si fa a capire quando un’idea è buona? Secondo voi “For the birds” ha un’idea buona? Ci sono idee che dimostrano il loro potenziale immediatamente, altre no. Se facessimo una percentuale, le prime non superano il 3%-4%. E quante idee buone vengono scartate? E.T. scritto da Melissa Mathison (e l’idea NON ERA di Spielberg) era un’idea buona? Parrebbe di no se per molto tempo nessuno pensò di farci un film.
Se, come dimostra la cinematografia, da una stessa idea si tirano fuori capolavori o porcate, allora cos’è l’idea? Come giudicarla? Quando decidere di investire su un’idea o un’altra? Le domande sono ovviamente provocatorie, se avessi una risposta avrei fatto bingo!
L’accento forse va posto sul fatto che non esistono paramentri oggettivi, certi, per poter giudicare l’idea. Forse possiamo capire se certe storie possono funzionare, ma non potremmo mai dire che è un bel film perchè l’idea è buona.
Il problema del film è proprio questo: tutto è necessario e indispensabile. Poi ci saranno elementi che risulteranno più evidenti e altri meno.
Credo che il problema sia molto più grande di quanto si possa immaginare!
Un abbraccio a tutti
Alberto
21 December 2004 alle 2:41 pm
Caro Alberto, ben arrivato.
Ci dai ulteriore man forte sull’idea come genesi di un prodotto audiovisivo di successo.
E’ interessante la tua ulteriore specificazione di tale elemento in idea commerciale.
Comincio a vedere le prime avvisaglie di quella dicotomia che ci portiamo appresso dai primi timidi passi con la nostra creatività: ovvero il dualismo creatività/economia.
Non credo sia facile distinguere l’aspetto creativo da quello commerciale, a meno che non si voglia essere artisti puri o puri speculatori.
Piuttosto dovremmo cominciare a convivere con questa molteplice identità: l’espressione artistico/creativa e la fattibilità economica/imprenditoriale.
Ho amato Forrest Gump e ho adorato Big Fish. Potevano essere opere prime? Confesso di non capire bene che vuol dire “essere opera prima” a causa della mia ignoranza, ma di certo capisco che non nascono come film commerciali. Ora mi mancano i dati al botteghino di Big Fish ma scommetterei che Forrest Gump sia stato un successo di pubblico.
Per me bingo lo hai fatto: nel centrare un punto cruciale.
Come si fa a capire se l’idea è buona?
Questa è un’ottima domanda che affiancherei ai nostri obbiettivi investigativi: se l’idea è la genesi, come si fa a capire quando è buona?
Ottimo contributo.
Grazie Alberto.
21 December 2004 alle 2:59 pm
Cari tutti,
intanto benvenuto questo spazio di discussione. Come già ho scritto a Massimo, è incredibile come un dominio così semplice non fosse ancora stato occupato (semplicità…sembra quasi già un anticipo sulla discussione a riguardo). Così semplice che nessuno, prima d’ora e cioè prima di Massimo ci aveva pensato. E sembra anche che tu abbia scoperto il modo più efficiente (altro che yahoo mailing list) per tenere in collegamento gente diversa con la medesima passione.
Detto questo, non voglio anche io ripetere una cosa che avete già ampiamente sottolineato, l’importanza dell’idea. Questo, ormai, mi sembra chiaro. E’ molto probabilmente un nostro (italiano) problema e ostacolo quello del trovare un’idea vincente. Un problema culturale, non c’è che dire. Creasciamo in una ambiente specifico che probabilmente non aiuta a pensare in maniera creativa, laterale. Per questo non riusciamo proprio a sfangare nel campo delle immagini in movimento.
Mi sembra che la discussione illustri due tipi di problematiche o due tronconi di discussione.
1) Come nasce una buona idea
2) Perché un’idea è più buona dell’altra.
1)
Il punto non è non soffermarsi sul 3D, che è un mezzo. E’ come se un regista di film pensasse che un film è un successo a causa del tipo di cinepresa che ha utilizzato. E’ chiaro che è diverso girare un film in super 8 o con la megacinepresa digitale della Sony che usa il buon vecchio George. Ma è un mezzo, prima ci deve essere molto altro. Questo molto altro è la necessità di comunicare. La necessità di comunicare una sensazione, un ricordo, un concetto, un messaggio. La necessità di esprimersi come artista, rendere pubblico il proprio punto di vista sulla vita, sull’amore, sull’odio, sul cinema. L’impellente necessità di imporre un proprio mondo, insomma. Se non c’è, da parte di chi è dietro al computer, questo elemento, dubito che si possa andare da qualche parte. Certo, si possono fare buoni lavori, che fanno parlare, ma lì finisce.
Grazie a questo stato d’animo, a questo spirito, si riesce ad essere più in contatto con l’inconscio e con l’immaginario, che è in parte comune a tutti gli spettatori. E’ una situazione quindi ideale per poter creare un’idea che faccia breccia nel cuore degli spettatori, proprio perché siamo tutti collegati ad un immaginario fantastico che, volenti o nolenti, ci affascina e che vogliamo esplorare. Insomma, non è che ci possiamo alzare la mattina e decidere di tirare fuori un’idea. Tirare fuori un’idea è un processo doloroso, di anni di vita, di travaglio.
2)
A mio parere, la principale caratteristica perché un’idea sia da considerarsi buona è la semplicità. La semplicità è anche sinonimo di genialità (che non è sinonimo di complicatezza, semmai di facile gestione della complessità). La semplicità è leggerezza, e tutti aspiriamo ad un animo leggero.
Una buona idea fluttua con successo quando c’è padronanza dell’ambito nel quale la si vuol far vivere. Se facciamo un corto in 2D, se facciamo un corto di protesta sociale, se facciamo un corto alla Disney, dobbiamo avere un’estrema familiarità sia con la tecnica che con l’argomento che si va ad affrontare.
Una buona idea può essere un’idea che rompe le regole sino a quel momento adottate. Non che per definizione chi rompe le regole è bravo, ma se lo fa in maniera intelligente, certamente avrà sollecitato quell’ambiente e lo avrà fatto crescere, mettendo sul piatto una nuova visione.
Andando comunque molto più sul soggettivo, se dovessi dire perché un’idea è più buona dell’altra, direi perché ha creato nuovi mondi. Creare nuovi mondi, è questo quello che, secondo me, fà la differenza.
Sul piano tecniche (pipeline e altro) e del marketing, non penso di poter aggiungere nulla di interessante, nulla comunque che non abbiate già scritto voi.
21 December 2004 alle 3:25 pm
Ciao Daniele!
Siamo sempre di più! E’ un piacere averti fra noi e sarebbe stato ancor più piacevole aver avuto il tuo nome linkato al tuo sito: Daniele Lunghini, ma pazienza, non si può avere tutto…
Riguardo CG Italia, è vero, è semplice e facile da ricordare, proprio quello che dovrebbe essere un dominio Web destinato a lasciare traccia… In realtà esiste da un numero di anni così elevato che quasi me ne vergogno. Forse era questo il momento giusto e, sinceramente, 20 commenti per il primo articolo fanno ben sperare in tal senso.
Tenere insieme gente diversa con la medesima passione è proprio il mio obbiettivo. Questa frase mi piace tanto che quasi quasi ne faccio lo slogan di CG Italia. Spero tanto che il flusso di scambi rimanga di tale qualità e quantità: sarebbe l’avverarsi di un sogno desiderato per quindici anni.
Un problema culturale e di assenza di pensiero laterale. Bene. Ecco due delle possibili cause che possono contrastare la nascita di una Idea (da adesso in poi potremmo riferici così all’Idea-Che-Funziona).
L’ambiente specifico è da te citato come altra concausa. Ecco ripresentarsi il problema del territorio.
E qui ti sento tutto. E’ proprio doloroso. E’ proprio doloroso imporre un proprio mondo. Specialmente quando scopri la potenza di quelli che riescono ad importi il loro. Ti senti quasi sopraffatto e ti viene da esplodere. Vorresti fare esplodere i tuoi mondi ma ti scontri con: il territorio, la cultura, il pensiero laterale, l’IRPEF… Sento tutto questo travaglio.
Prendo nota di questi utili elementi:
La semplicità è figlia della complessità?
La semplicità è figlia di un complesso processo di semplificazione?
La semplicità nasce dal caos complesso e attraverso un lungo e complesso processo di semplificazione emerge?
Mi sorgono spontanee queste domande. Così mi immagino la semplicità da te menzionata.
Devo appuntarmi: rompere le regole, avere padronanza del mezzo.
Ma allora è forse così: L’idea vincente è geniale nella sua semplicità perchè crea nuovi mondi che rompono le regole precostituite, offrendo, intelligentemente, nuove visioni del mondo e dell’immaginario?
21 December 2004 alle 4:30 pm
Il tuo concetto finale esprime in maniera assolutamente efficiente e convincente, sintetica e chiara, quello che non solo volevo dire io, ma che in tanti credo pensino.
Riguardo il link sul sito, non l’ho messo solo perché ho la vecchia paure degli spider che vanno in caccia di siti e di collegamenti email, soprattutto tramite, per poi spararti spam e virus. Questo mi disse a suo tempo un amico. Non è così? E’ un pensiero antiquato? Meglio così, allora, così non mi devo preoccupare.
Ora sento la necessità di dover definire il concetto di mondo e di mondi. Ma sarà per il prossimo commento.
21 December 2004 alle 6:55 pm
Daniele,
sono contento di aver ben sintetizzato il nocciolo della discussione.
E voi altri (voi che state leggendo) che ne pensate?
[FUORI-TEMA-MA-UTILE]
Il tuo sito http://www.lunghini.it è bene che venga diffuso il più possibile. Più diffusione significa più visibilità per te ed i tuoi lavori. L’unica cosa che devi impedire è che il tuo e-mail venga messo in chiaro in qualsiasi pagina Web. In tal caso allora gli spider (misteriosi animali senz’anima che vagano per l’eternità elettronica) farebbero man bassa del tuo indirizzo e ti arriverebbero utilissime offerte promozionali su come estendere il tuo ammennicolo.
Riassumendo:
indirizzo Web, SI, SEMPRE
indirizzo E-mail, NO, MAI.
Ci sono ovviamente eccezioni ma la regola generale di cui sopra è buona nella maggior parte dei casi.
[fine del FUORI-TEMA-MA-UTILE]
Allora, che si intende per mondi?
21 December 2004 alle 9:04 pm
Caro Massimo,
in merito alle tue domande:
Vorrei rendervi partecipi di una riflessione di uno tra i più importanti architetti del nostro tempo Paolo Portoghesi, che ho avuto l’onore ed il piacere di avere come professore.
Una volta mi disse “la semplicità è sempre un punto di arrivo e mai una cosa immediata da raggiungere.”
Apprezzai molto queste parole, che mi hanno spinto più volte a riflettere su quello che ci circonda.
Se pensiamo all’armonia della natura, troviamo meccanismi estremamente complessi che ad un primo sguardo risultano semplici.
Sono SEMPLICI DA FRUIRE ma “nascondono” un’enorme complessità.
Pensate a quanto possa esser bello e “universalmente fruibile” un tramonto.
Ora pensate a quanti elementi complessi possono esserci dietro uno spettacolo di questo genere.
Pensate per un attimo ai fenomeni fisici che costituiscono le nuvole, alla luce che le attraversa e le colora.
Alle particelle d’acqua in sospensione.
Al Sole che genera la luce.
Alla diffrazione.
Alle lunghezze d’onda.
Tutta questa complessità ci appare così semplice ed elegante!
Ecco, ELEGANTE è una parola importante.
Tornando al cuore della questione.
Io credo che esistano molti modi per sviluppare un’idea, la maggior parte di questi tendono ad aggiungere all’idea di base esigenze, funzioni, intuizioni e nuove strutture. Aggregano idee inizialmente sconnesse, in un processo iterativo che ci vede costruire (aggiungere e connettere) e distruggere (disconnettere e sottrarre) continuamente.
In molti momenti di questo processo la nostra idea sarà simile ad una sorta di Frankenstein, un insieme di pezzi attaccati in modo sgraziato e scricchiolante.
E’ solo dopo tanta fatica che si riesce a trovare il giusto equilibrio, la giusta miscela degli elementi.
Per riassumere tutto questo la frase di Portoghesi mi sembra molto efficace.
“La semplicità è un punto d’arrivo”.
Per parafrasare Massimo direi quindi che:
“La semplicità nasce dal caos complesso” ed emerge quando gli elementi (complessi) che la compongono sono in armonia tra loro, permettendone una fruizione immediata (almeno ad un primo livello di lettura).
Se poi, questa “perfetta forma” è sposa e portatrice di un messaggio importante, interessante, innovativo, coinvolgente, allora possiamo timidamente cominciare a parlare di arte.
Spero di esser stato chiaro a sufficienza.
Un saluto a tutti
-Marco-
22 December 2004 alle 10:11 am
Carissimi,
credo che il commento di Marco G. sia una vera perla.
è una frase assolutamente perfetta, alla quale però aggiungerei la semplicità è anche un punto di partenza.
Può sembrare dicotomico, ma non è così. Chi ha studiato sceneggiatura, sa benissimo che un’idea per funzionare deve essere riassumibile in 3 frasi. Poi si deve successivamente strutturare, articolare, approfondire. Si scriveranno pagine e pagine come evoluzione di quelle mere “3 frasi”. Si concluderà la sceneggiatura fino a raggiungere le 120 pagine (per un lungometraggio), ma quelle 3 frasi iniziali saranno sempre il cuore da cui tutto è partito.
Saranno l’idea.
Si parte dalla semplicità, la si articola, la si sviluppa, la si “complica” e alla fine otterremo una nuova forma di semplicità.
Mi piace.
Credo che la grande arte della Pixar consista proprio in questo: capire dalla semplicità iniziale dell’idea il grande potenziale che essa stessa racchiude.
Questo è il passo più difficile di tutti, secondo me. La semplicità è una conditio sine qua non, ma non rappresenta una garanzia… solo un punto di partenza… e di arrivo.
Grazie del prezioso contributo di tutti voi.
-Alberto-
22 December 2004 alle 3:11 pm
Vorrei rispondere a Marco G.,
apprezzo l’estensione della definizione di semplicità e me la metto tra le altre perle sinora distillate.
Sono però molto colpito da un motivo ricorrente che, di soppiatto, ripresentadosi in tutti i commenti, comincia ad emergere, palese: il processo.
E qui prenderei in aiuto anche il cristallino scritto di Alberto, proprio qui sopra e riproporrei la sintesi:
Come dire: la semplicità naturale, non organizzata si trova all’inizio del cammino.
La semplicità scoperta, organizzata, inventata, si trova alla fine.
E che ci sta di mezzo?
Il processo.
Miei cari.
Il processo.
Il processo di analisi, creazione, ideazione, selezione, prova, ricerca, esecuzione, verifica, valutazione, modifica.
Il processo.
Prima ancora di pensare all’esecuzione, possiamo identificare il processo all’atto dell’ideazione.
Un’Idea-Che-Funziona è geniale nella sua semplicità perchè attraverso un processo porta alla soluzione del nostro problema.
Andando un po’ più con i piedi per terra e ricordando gli obbiettivi che ho inizialmente proposto (e che credo siano condivisi da voi): vogliamo investigare il processo di creazione di un cortometraggio di successo.
Tale processo, abbiamo (ri)scoperto, vede al primo posto il passo della scelta dell’Idea.
Vado dentro di un livello, entro nella sotto-cartella e trovo il processo di creazione di un Idea che funziona.
Vado dentro di un altro sotto livello e trovo la sintesi degli ultimi due contributi di Marco ed Alberto: Un Idea che funziona deve essere tale soprattutto quando è riassumibile in tre frasi che ne racchiudono l’essenza. Queste tre frasi sono il frutto di un processo di creatività, selzione, raffinamento ed aggiustamento che dal mare magnum di tutte le idee che esistono nella loro semplicità, passa per il caos disorganizzato e porta ad una invenzione semplicemente funzionante.
Ora mi è ancor più chiaro perchè sia importante capire come si fa a creare idee. Come si fa a scegliere quelle che funzionano quando è così difficile pre-figurare come diceva qualcuno di voi se e quando sarà l’Idea-Che-Funziona.
Ho bisogno di avanzare su due fronti nell’immediato.
Cosa proponete?
22 December 2004 alle 4:05 pm
Intanto faccio una precisazione per quello che per me è semplicità: la semplicità, ovviamente, è un approccio, un sistema di pensiero. Volendo utilizzare forse un’espressione non corretta, è un mezzo, non è il fine.
Le definizioni riguardo punto di arrivo o di partenza, per quello che mi riguarda, vanno bene se si intende tutto sempre in termini di filosofia da adottare.
Detto questo, se magari, Massimo, specifichi meglio soprattutto il punto 1.
Intendi quali sono i primissimi passi del partorire un’idea? Per farti un esempio: alcune volte io parto da quello che io chiamo “vuoto narrativo”.
22 December 2004 alle 4:47 pm
Daniele,
se semplice è un aggettivo, certo, anche l’approccio può essere semplice. Un sistema di pensiero può essere semplice. Ma detto così non sembrerebbe molto gratificante.
Se invece ti poni l’obbiettivo di ottenere una soluzione (creativa, comunicativa) semplice allora trovi che insito vi è l’eleganza, la bellezza, l’immediatezza.
Se tu intendi il mezzo della semplicità posso interpretarlo come un modo di comunicare schietto, diretto immediato: per cui semplice. Allora ci capiremmo.
Se invece parliamo del processo di creazione di una soluzione semplice: allora direi che questo può essere anche molto complesso e tutt’altro che semplice.
Per quanto riguarda quello che scrivevo:
provo a spiegarmi meglio dicendo che per quanto quello che stiamo facendo su questa pagina mi pare un sogno avveratosi in maniera del tutto inaspettata e gratuita, vorrei, per quanto possibile, dare più concretezza a quello che stiamo facendo.
Non avendo risposte pronte sto cercando di contribuire nel raccogliere le nostre risposte in maniera genuina e provando nell’esplicitarle nella maniera più chiara possibile.
Avverto, allo stesso tempo, la necessità di concludere, sintetizzare, vagliare e proseguire nel cammino. Ecco perchè vorrei elaborare insieme a voi una visione d’insieme che ci dia il polso della situazione in ogni momento.
Vorrei quindi che sia chiaro dove vogliamo arrivare: vogliamo capire come si fa un prodotto audiovisivo sulla corta distanza che abbia successo, prediligendo il mezzo di realizzazione che è quello dell’animazione al computer.
Ripeto: non avendo risposte pronte e soprattutto essendo il primo degli ignoranti non ho paletti messi da nessuna parte ma desidero ferventemente cominciare a chiamare le cose con il proprio nome e se possibile metterle in pratica.
Metterle in pratica, sbagliando, dicendo inesattezze, spendendo energie. Ma decisamente metterle in pratica. Come faccio altrimenti a sapere se funzionano?
Ecco perchè vorrei una visione d’insieme.
Sparando grosse cariche di profondità, il mio radar comincia a darmi le dimensioni di massima del problema. Vorrei disegnare sul radar la sagoma informe di questo problema per poter poi sparare in precisione con il laser e vaporizzare ogni singolo atomo.
Secondo me la sagoma di massima del problema coinvolgerebbe questi aspetti:
1. Idea – Progettazione
2. Pianificazione – Risorse
3. Esecuzione
4. Verifica
Sto sparando solo per analogia con altre esperienze personali e professionali avute in campi più o meno simili a quelli della cinematografia e non pretendo che sia il piano d’azione definitivo o quello più efficace.
Confido molto nel processo iterativo di raffinamento e miglioramento e sono sicuro che, un pezzettino per volta, riusciremo ad avere un’immagine sempre più chiara fino ad avere una nitidezza cristallina.
Per supportare questo processo di discussione remota mi immaginavo delle aree dedicate alla discussione generale, delle aree specializzate per ognuna delle fasi o macro argomenti individuati, ed un area specifica per sintetizzare e rendere organico il filo del discorso.
Questo sito sembra il luogo ideale per realizzare questo sistema grazie anche al software estremamente flessibile che sto utilizzando.
Prima di procedere alla creazione di queste aree accoglierei ben volentieri le vostre opinioni a riguardo.
Fatemi sapere, Daniele e tutti, se volete altri chiarimenti e soprattutto proponete delle modalità di avanzamento di questa stupenda collaborazione.
22 December 2004 alle 6:45 pm
Ciao ragazzi!
Arrivo tardi, ma arrivo (come cerco di spiegare alle donne da molti anni…)!
Per chi non mi conoscesse (quasi tutti), sono Daniele Torri, ho 27 anni e da un paio collaboro con Marco Santi, insieme al quale sto portando avanti un progetto di cortometraggio di animazione 3D autoprodotto (“budget= 0″, nda…), partendo da un soggetto scritto a 4 mani proprio da noi.
Avrei dovuto incontrare alcuni di voi ad una delle cene organizzate qui a Roma dal buon Massimo, ma per vari motivi non ce l’ho fatta a raggiungervi. Ora, in risposta alle sollecitazioni del suddetto Max, cerco di recuperare il tempo perso e vi attacco un bel pilotto autobiografico. Spero resisterete fino in fondo.
Vado (quasi) subito al dunque: io, fino a 2 anni fa, facevo tutt’altro: nasco come ragioniere programmatore (ma muoio quasi subito…), poi rimango solo programmatore ed infine vado a finire nell’allegro mondo delle telecomunicazioni. Tre anni di lavoro alla Ericsson S.p.a., esperienze all’estero, salario decente. Il lavoro che i miei nonni definiscono “d’oro”. Poi un giorno mi rendo conto che l’utilizzo che faccio del PC non e’ esattamente “creativo”, che i miei neuroni si stanno arrugginendo e che perdo pure i capelli. Allora mollo tutto, dal giorno alla notte, con l’incoscienza di un quindicenne. Mi metto a cercare un lavoretto part-time e contemporaneamente provo a capire come sviluppare il concetto di “utilizzo creativo del PC”: programmazione? no, basta, non ne posso piu’; web design? troppo inflazionato; grafica? quasi ci siamo.
Alla fine arriva la domanda giusta: “Qual’e’ l’esperienza che ti emoziona di piu’ quando la vivi (a parte scoprire di essere l’unico uomo rimasto sulla terra, ma le donne ci sono ancora tutte…) e che vorresti diventasse il tuo lavoro?”.
Le risposte erano due : i film d’animazione e la musica classica.
Al Conservatorio ho trovato chiuso, quindi ho optato per la prima ipotesi.
Poi il destino, o chi per lui, m’ha fatto incontrare Marco ed i ragazzi della JN Graphics ed ho cominciato ad andare da loro, la mattina, cercando di rubare con l’occhio tutto quello che potevo: cosi’ e’ iniziata la mia avventura.
Adesso sto gradualmente cercando di imparare l’arte dell’animazione, attraverso un percorso di studio personale che spero mi portera’ prima o poi a diventare uno di quegli ”attori timidi, che usano il corpo di un personaggio invece del proprio e gli trasmettono emozioni e stati d’animo” (cfr: “Backstage di Nightmare before Christmas”).
Ho anche affrontato la selezione per l’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia, dipartimento di Animazione (dal 2001 a Torino esiste una sede, creata appositamente per questo settore, che sta crescendo abbastanza bene), ma sono arrivato ventunesimo e prendevano solo i primi 16.
Va da sè che la mia esperienza è ancora molto limitata rispetto alla vostra e quindi non ho molto da dire sul piano tecnico: ma magari il mio racconto servirà a ricordarvi i bei tempi in cui avete cominciato questo viaggio dolorosamente emozionante ed a trasmettervi un po’ di energia positiva. Un viaggio che, per essere affrontato con successo, necessita innanzitutto di motivazione. E poi di passione, costanza, duro lavoro, abnegazione, sacrificio. Ma quando raggiungi l’obiettivo, allora si’ che godi…altro che droghe….
Un intervento, questo, assolutamente fuori tema, me ne rendo conto, ma serviva a manifestarvi la mia esistenza in vita ed a stabilire un contatto umano/virtuale con voi, prima di riversarvi addosso le mie opinioni sull’argomento “cortometraggi di successo”. E poi io cosi’ mi sfogo, servono anche a questo i gruppi di discussione, no?
Tornero’ presto con contributi meno intimistici, intanto approfitto per farvi tanti auguri!!
Daniele
22 December 2004 alle 8:50 pm
Simpaticissimo Daniele T.,
non so che futuro avrai come animatore ma hai tutte le carte in regole per fare l’umorista. La tua azzeccatissima presentazione ha portato una ventata di freschezza su queste fredde, elettroniche pagine nelle quali stavamo godendo intellettualmente ma stavamo quasi dimenticando quant’è rinfrescante farsi una sana risata.
Io personalmente è così che ho accolto le tue parole e sono quindi doppiamente contento di averti fra noi: come aspirante artista dell’immagine in movimento e come uno che sa cosa vuol dire “ironia”.
Benvenuto!
Arrota la tastiera e facci sapere cosa pensi delle tante ed importanti domande che abbiamo sollevato poco sopra il tuo contributo.
Ci conto!
26 December 2004 alle 10:57 pm
Bene bene.. arrivo buon ultimo (ancora per poco scommetto)
rifarei un pò il punto della situazione…
Michele Paciulli parlava di Leonardo:
Quello che so di Leonardo lo so per ragioni di tesi… ma so anche di molti altri protoscienziati e scienziati a tutti gli effetti: i veri innovatori ufficiali dell’umanità materialista e di pensiero (tralascio i guru religiosi per ragioni di semplicità e brevità
.
Diceva Michele che Leonardo non ha potuto trovare il motore per le sue idee. e qui salta in picchiata inchiodato nel legno della tua tavolozza, Massimo, una parolina chiamata CONDIVISIONE.
Un’idea non condivisa virtualmente NON ESISTE.
Leonardo non ha potuto realizzare tutto per mille ragioni il tempo, soprattutto, ma anche la mancanza di comunicazione: era un volgare artigiano, non sapeva il latino, era uno del volgo, non ufficiale. NON poteva rendere condivise le sue idee ai dottori che, tra le altre cose, ne sapevano più di lui di fisica e matematica (i calcoli fatti da Leonardo sono molto errati, sovente, le sue invenzioni funzionano perchè lui utilizzava la metafora narrativa per creare, non l’equazione matematica.
Questo la dice lunga su un elemento nel processo di cui parli ultimamente Massimo: condivisione degli obiettivi.
e comunicazione.
prima di tutto interne.
Lunghini parlava di leggerezza e di semplicità:
e su questo argomento avete speso tantissimo, ma da buon progettista (forse
) so che la semplicità fa guadagnare.
dal punto di vista economico, certo, ed è una cosa autoevidente,
ma prima fa guadagnare in condivisione ed in comunicazione….
le palline rimbalzano come rimbalzano dentro di me?? bene.
Un’idea semplice è facilmente comunicabile, facilmente condivisibile, fa risparmiare tempo e denaro. permette focus sulle scelte e sulle opzioni disponibili veloci e produttivi.
elimina la farraginosità. permette di markettizzare il processo.
ma qualcuno diceva che l’originalità non esiste e che, de facto, la condivisione porterebbe alla perdita di innovazione.
Ma qui, scusate, si tratta di teoria base della narrazione.
La narrazione avvince e comunica quando ha uno scarto metaforico sul substrato condiviso di idee.
più è alto lo scarto più innovativa sarà l’idea, ma meno persone capiranno la cosa che andate raccontando.
Ne volete un esempio? lo avete di fronte tutte le volte che scherzate citando e facendo il verso ai vari comici TV…
chi vi sente e sa dell’originale vi considera divertenti perchè citate ed elaborate.. chi non conosce l’originale è probabile che
vi guardi perplesso non capendovi…
Sempre Lunghini ne parlava quando diceva di creazione di nuovi mondi:
… proprio allo scarto metaforico si riferiva…
a questo io aggiungo che l’innovazione non è originalità tout court che non esiste. Esiste la seguente cosa: esiste che da un pool di possibilità tecnologiche, di situazioni, di comportamenti, ecc ecc. il progettista, il regista, lo sceneggiatore, attingono come fa il pizzaiolo dalle sue ciotole,
mettendo in forno una pizza di narrazione che è sempre diversa seppur uguale. il prosciutto non è innovativo di per sè, ma unito ai funghi, forse sì…
spero mi stiate ancora seguendo….
Prendete Mediterraneo di Salvatores o Leon di Besson…
vi siete mai chiesti se fossero finiti in mano agli americani soggetti simili?
Come ve li immaginate? Diversi, vero? eppure l’idea innovativa la avevano entrambi.
e qui dipende da che substrato ideologico di riferimento si prende per lo scarto narrativo metaforico.
Qui si viene vicino a quello che Gelpi diceva sugli adattamenti…
non è detto che un’idea funzioni.. dipende anche dalla realizzazione.
for the birds da raccontare è divertente un 15° di quello che è vedendolo. è divertente per come comunicano i personaggi…
l’idea in sè è semplice… funziona così come è il corto finito solo se è coerente con il tutto…. sicuramente la stessa storia, la stessa inquadratura, la stessa dinamica ecc con volatili fotorealistici…. sarebbe una tavanata…
magari non cambierebbe di un ette con gli stessi personaggi in un fondale fotorealistico…
Tu Massimo dicevi di stilare una sorta di analisi del processo…
ma l’abbiamo già delineata nelle 4 fasi…
i dettagli si fanno operativi solo con esempi concreti…
idea e processo creativo,
)
verifica del processo creativo e dell’idea (in base a cosa?? dipende dal contesto propduttivo, Massimo. In pixar ci sarà una commissione)
nello studio di Albee c’è il suo husky, chessò..
in base a che parametri??
si necessita la fissazione di un obiettivo: essere coerenti con l’idea o con l’immagine che di quell’idea hanno i nostri targets/utenti ascoltatori?
e cosa ci dà successo?? non lo sa nessuno.
poi c’è la verifica di quello che è stato fatto e lo schema TOTE ad libitum (Test, Operate, Test, Exit) il più semplice schema decisionale attivo biologicamente e comportamentalmente.
ad libitum perchè la stessa cosa è da fare appena si fanno gli storyboards, appena si colorano, appena si provano le voci, ecc.
risultato?? corto finito.
ma non ci dice nulla su come gestire le DEVIAZIONI dell’idea… non credo che for the birds avesse quell’idea fin da subito… chissà se il terzo uccellino dal fondo sul filo aveva quell’espressione fin da subito… ne dubito.
e che dire quando ci si rende conto che la propria consapevolezza della storia e del suo potenziale era così MISERA da farcela buttare all’aria non appena veniamo in contatto con altro?
Questo, Massimo, è un problema che non è risolvibile in linea teorica… non ci sono tanti spielberg in giro anche se, sicuramente ci sono tanti al livello di La leggenda del pianista sull’oceano che è un film da BRIVIDO), ma i nostri riferimenti culturali e le nostre forme sono altre e l’animazione non rappresenta forse il nostro modo di raccontare le cose.
O meglio…. è che forse siamo pesanti, perchè se uno solamente strutturasse meglio uno dei corti 2D di Bruno Bozzetto….
e l’animazione serve solo a raccontare storie allegre??
focalizzati su questo… Pixar funziona perchè fa ridere..
Shrek pure… Antz fa ridere all’inglese, ma fa ridere anche se ripropone l’Olocausto… ma se non facesse ridere???
penso che cadrebbe miseramente… l’animazione è un mezzo semplificante e sdrammatizzante, e certe tematiche lo autoescludono a meno di rarissime eccezioni.
(se si vede mononoke hime certo non si passa il tempo ridendo, ma è animazione tradizionale con un gusto per la resa di un certo tipo….) altro tassello: che stile iconico adottare in base al carattere del racconto(Fantasia e Fantasia 2K sono forse ottimi esempi…)??
bene… mi fermo che sennò strabordo…
un salutone!
DHP
27 December 2004 alle 12:32 pm
Caro Davide,
benvenuto nel nostro umile circolo di ambiziosi appassionati!
Per fortuna che ti sei auto-arginato: sei venuto giù come una slavina
.
Ci tengo a sottolineare come il tuo messaggio sia quello che rappresenta il formato IDEALE per chiarezza di impaginazione, ricchezza di citazioni interne agli altri commenti e lussureggiante abbondanza di link a risorse esterne pertinenti con l’argomento trattato.
Bravo.
Sogno commenti scritti tutti almeno come il tuo.
Passo a commentare il tuo corposo contributo.
Dici:
E qui ti ascolto ad orecchie spalancate e prendo appunti.
Un’idea non condivisa virtualmente NON ESISTE.
Scrivo, approvo, confermo e ribadisco. Oltretutto gioisco perchè, nel nostro piccolo, è quello che stiamo facendo su queste pagine. Devo allora dire che le nostre idee hanno cominciato ad esistere perchè le stiamo condividendo?
Riguardo l’ignoranza di Leonardo sul latino e varie discipline scientifiche mi cogli di sorpresa: non lo sapevo. E forse per questo lo ammiro ancor di più. Lungi da me dal fare paragoni blasfemi ma mi azzarderei a dire che stiamo affrontando un processo analogo al suo quando narriamo dei nostri problemi e delle nostre soluzioni.
Sulla semplicità Davide dice:
Ecco allora perchè dovremmo ancor di più sposare la semplicità. Non solo perchè dovrebbe condurci al successo ma ci dovrebbe consentire risultati economici concreti in termini di ottimizzazione di costi ed aumento dei ricavi.
Riguardo all’originalità trovo interessante citare:
Trovo questo principio particolarmente benefico. Se non so o non voglio essere particolarmente originale posso ancora dare un contributo creativo importante se cito ed elaboro, se clono e miglioro.
Dicendo queste cose mi rendo conto che studiando gli altri, laddove hanno avuto successo, ho, in teoria, accesso ad un serbatoio inesauribile di idee. Dovrò poi essere così bravo da clonare con eleganza e rispetto e migliorare apportando un contributo comunque originale.
Quindi, Davide dice, gli elementi della soluzione, gli ingredienti, sono praticamente sempre gli stessi (a patto delle ovvie eccezioni), ma quello che fa la differenza è la scelta degli ingredienti, la ricetta utilizzata per cucinarli, gli strumenti da cucina impiegati, le peculiarità geografiche ed ambientali del luogo dove si cucinano.
E qui, caro Davide, le palline nel mio flipper celebrale stanno accendendo tutti gli special.
Improvvisamente il processo generico di creazione di soluzioni mi comincia ad apparire umano, fattibile, ragionevole, logico.
In una parola: abbordabile.
Ma allora:
Cioè: la ricetta, ovvero: il processo di creazione e produzione.
Gongolo nel citare questa porzione del commento di Davide:
Finalmente aggiungiamo componenti fondamentali ai concetti di idea, successo e idea di successo, ovvero: per quale problema è questa (idea) soluzione?
Che equivale a chiederci quali sono tutti gli aspetti del problema e a definire quando il problema è da considerarsi risolto, ovvero: qual’è il criterio che se soddisfatto possa far decretare la soluzione un successo?
Uscendo dalla meta-filosofia e rientrando nell’argomento specifico di questa discussione:
Qual’è il procedimento creativo/produttivo per realizzare un cortometraggio 3D che abbia successo?
La mia iniziale provocazione era (volutamente) incompleta, ambigua e approssimativa.
Ma che vuol dire che abbia successo?. Successo di che? Di pubblico? Quale pubblico? Familiare, condominiale, nazionale o mondiale? Quanto successo? 1, 10, 100, o 100.000 spettatori? Successo di pubblico dove? In sala? Su Internet? Su VHS? Al cinema della parrocchia?
O successo economico? Economico in che termini? Di copie distribuite? Di copie vendute? Di copie proiettate? Economico in che termini? Ricavi? Ricavi diretti? Ricavi indiretti? o Margini? Margini netti? Lordi?
E finalmente scoppia in tutto il suo splendore il semino piantato con la timida manina.
Grazie a tutti i vostri contributi, ordinatamente impilati qua sopra, e grazie al tocco ultimo del nostro Davide Perone, arriviamo a denudare ancora più a fondo la domanda che ha costituito la genesi di questa appassionata discussione.
Se l’oggetto è un prodotto audiovisivo di breve durata, realizzato con la tecnica dell’animazione ed i mezzi tecnologici informatici, quali sono i fattori determinanti per decretarne il successo diretto: di pubblico, di proiezione, di vendita, di diffusione; e indiretto: di promozione degli autori e dei produttori, di vendita di prodotti derivati ed associati?
Ho capito che la domanda che voglio porvi, che voglio che ci poniamo è questa appena evidenziata in grassetto. Questa ulteriore elaborazione dovrebbe aiutarci a fissare meglio gli obbiettivi di studio e ricerca per poter poi mettere a punto una strategia ed un piano di lavoro.
Davide, in maniera incredibilmente appropriata cita:
Che è una delle soluzioni disponibili al problema generico della progettazione (o del design se siete anglofoni), tema a me caro, in particolar modo perchè ne sono profondamente ignorante ma genuinamente appassionato.
Il paradigma di progettazione / produzione che ho avuto modo di sperimentare con grande successo e soddisfazione personale è il DADI: Define, Architect, Design, Implement. E non vedevo l’ora di trovare il contesto giusto (leggi: il pretesto) per valutarne l’applicazioni in campi diversi dal software engineering ed il Web design.
E’ finalmente arrivato il momento.
Scalpito.
Davide, voglio fermarmi qui. Mi hai donato talmente tanti spunti di ragionamento e hai dato una sferzata di energia intellettuale alla nostra discussione che voglio un attimo assaporare questi momenti.
Grazie per il tuo bellissimo regalo di Natale.
Ora ne voglio altri.
30 December 2004 alle 1:30 am
Cosa significa aver creato nuovi mondi ?
Mi accingo a spiegare, come premesso qualche commento sopra, cosa per me significa creare nuovi mondi, cioè quella particolare magia che alcuni artisti riescono a dare per mezzo della forma d’arte che qui stiamo analizzando, cioè in generale il prodotto audiovisivo (anche se abbiamo preso il cortometraggio come punto di riferimento).
Innanzitutto c’è da tenere presenti i due elementi chiave che portano alla creazione di un mondo:
1) Le sensazioni che affollano la mente dell’artista (ognuna delle quali provocata dalle esperienze vissute, che ormai sono diventate ricordi)
2) Gli strumenti artistici con i quali l’artista crea le proprie opere (fantasia, creatività, capacità analitica, abilità col mezzo)
Un mondo nuovo viene alla luce quando entrano in azione, in perfetta sincronia e coerenza, questi due elementi: le sensazioni che un artista vuole esprimere e la sua abilità a raffigurarle artisticamente. Mescolando le proprie sensazioni e le proprie storie da raccontare con le proprie capacità artistiche, si creeranno situazioni che faranno credere che quel mondo che vediamo esista veramente, che è da qualche parte. Che quei 10 secondi, 2 minuti, 10 minuti non stiano facendo altro che ricreare un’altra realtà. Che quel primo piano, quello scambio di battute tra due persone sono così originali, sono così forti e così mai sentite prima, che lo spettatore pensa che non sia una cosa di questo mondo, ma di un altro esistente.
Ognuno di noi è già un mondo diverso dall’altro. Questo perché ognuno di noi ha una percezione diversa della realtà circostante, quindi, per quanto tutti noi conveniamo che il mondo nel quale viviamo sia uno solo, quello percepito è diverso per ognuno di noi che lo abita. Quindi, ognuno di noi ha un punto di vista sul mondo, un punto di vista su ciò che è la realtà, completamente differente. Quindi il mondo è un variegato contenitore di sensazioni che l’artista ha necessità di rendere visibile. Sensazioni che sono collegate ai propri ricordi (non necessariamente d’infanzia). Sensazioni che sono collegate alla propria arte, alla propria sensibilità.
Uno dei punti cruciali dell’attività di un artista è quello di riuscire a mostrare il proprio mondo, i propri mondi. In qualche modo è un annunciarne l’esistenza, crearne la prova dell’ esistenza. Ora, un artista ha certamente più mondi dentro di sè, perché le sensazioni sono tantissime e variegate. Quando si riescono a mostrare le proprie esperienze (che prese da sole sarebbero un semplice diario), a filtrarle tramite i propri strumenti artistici (che presi da soli sarebbero solo una prova di tecnica), lì l’artista ha compiuto quello che tutti gli artisti agognano: riuscire a far condividere la propria arte e colpire il cuore dello spettatore tanto da proiettarlo nel proprio mondo.
Quando si riesce veramente a far valere questi due elementi, addirittura si riesce a creare qualcosa che perfino l’artista stenta a riconoscere, perché ha creato un nuovo mondo, un mondo credibile. Un mondo (un vero e proprio ecosistema, con persone e dinamiche) che da qualche parte dovrà pure esistere, tanto è credibile.
Insomma, quando vedo un lavoro con siffatte caratteristiche, troppo originale e diverso pur se comprensibile, esclamo questo autore ha inventato un mondo.
E penso: cavoli, forse questo artista non ha inventato un mondo, ma semplicemente ne ha scoperto uno parallelo al nostro, riprendendolo in presa diretta con la propria telecamera.
30 December 2004 alle 2:48 pm
Ok,
mi pare siamo tutti d’accordo che l’idea buona è effettivamente una buona cosa.
Ma ribadirei il concetto del punto di vista.
L’idea buona piace a chi la scrive e a chi la legge…e a chi la produce!?
Come al solito mi pare che si manchi un punto fondamentale di questo motore…la benzina…il carburante…la GRANA!
Come provocatoriamente diceva Alberto, mi pare, come mai che anche le “grandi ciofeche” cinematografiche hanno successo? O come mai una storia magari bollata come “idiota” da un produttore e prodotta invece da un altro diventa un successo?
Puoi creare la storia piu’ azzeccata dell’universo conosciuto, ma se non viene prodotta come *richiede il mercato* rimarra’ sempre li’ nel tuo cassetto delle “storie brillanti”.
Allora spiegatemi perche’ nessuno ha ancora parlato di come si pitcha un’idea (project planning e pitching), come si convincono persone che maneggiano solo e unicamente soldi e che non capiscono una benemerita ceppa di arte di qualunque genere a finanziare la vostra splendida idea?
Il grosso problema del mercato italiano dell’entertainment – in generale – è la rigidità dei finanziatori, i soldi ci sono ma non girano – o meglio – girano solo per gli amici degli amici.
I creativi, forse, dovrebbero magari concentrarsi di piu’ nel pitching, studiare un po’ di più le realtà al di fuori dell’Italia, ecc.
Perche’ invece di affrontare discussioni filosofiche, che possono anche essere istruttive, non ci si dà mutualmente una mano parlando di cose pratiche, di quegli argomenti che poi portano la nostra magnifica idea in una SALA CINEMATOGRAFICA?!
Se non erro, finora, soltanto Digitrace è riuscita nell’impresa. L’idea non era la loro, se volete loro erano semplicemente esecutori, ma hanno avviato un trend concreto nella loro storia, che li porterà un giorno, se non prossimamente, a creare anche l’idea.
Torniamo a bomba su Pixar.
Pixar ha delle credenziali tali che qualunque produttore potrebbe puntare i suoi soldi sul suo prossimo film *originale*sapendo che sicuramente ci guadagnerà.
I processi sono consolidati, le idee sono sempre altamente marketizzabili, IL PRODOTTO è sicuro al 100%, per qualunque investor.
Se dovessimo dare un bollino del genere (un bollino che comprovi l’affidabilità pratica del successo commerciale) a qualunque studio italiano, chi se ne potrebbe fregiare? :O
30 December 2004 alle 7:11 pm
Daniele tocca l’aspetto più poetico e creativo dell’arte cinematografica. Il suo intervento è molto bello. L’ho riletto varie volte per coglierne l’essenza e per inquadrarlo nel discorso che stiamo portando avanti con notevoli risultati.
Mi piace cogliere le parole di Daniele dedicate alla diversa percezione che ognuno di noi ha del mondo. E’ proprio così: ognuno di noi è un mondo a sè.
Da quello che leggo, riscopro una definizione di artista che mi sembra molto umana e molto spirituale: l’artista utilizza gli strumenti artistici per rappresentare il proprio mondo come mondo realmente esistente (o esistito).
Ritrovo nel contributo di Daniele quello che leggevo su un testo di economia del cinema dove in maniera così disarmante si dice che il cinema si fa perchè noi esistiamo per comunicare. Ed il cinema è comunicazione. L’artista descritto da Daniele, annuncia l’esistenza dei suoi mondi e io aggiungerei, così facendo annuncia la propria esistenza.
Non so voi come la pensate su queste questioni filosofiche ed apparentemente sfuggenti, ma osservare la creazione di un corto o di un film da questo punto di vista mi fa pensare che l’unica ragione valida per cui uno ci si debba cimentare è per annunciare la propria esistenza.
Io, artista, ho innanzitutto l’urgenza di condividere i mondi che esistono dentro di me.
Io, artista, aspiro a colpire nel cuore lo spettatore.
Io, artista, voglio rapire coloro i quali assistono alla proiezione del mio mondo e voglio proiettare loro, nel mio mondo.
Io, artista, voglio che i rapiti, i prioettati sentano questo mondo come un mondo vero, parallelo al loro, nel quale esistono.
Non so voi come raccogliete questo contributo ma io credo sinceramente che lo riutilizzeremo spesso in futuro.
Dove metterlo nel nostro ampio e movimentato cammino?
Io credo vada proprio nella prima fase che abbiamo individuato. Va a fianco della ormai famosa Idea-Che-Funziona. L’Idea-Che-Funziona di Daniele è un mondo creato ad arte che colpisce al cuore il pubblico, lo rapisce e lo proietta lontano dalla sua realtà o in una parallela.
Voi come la vedete?
(Daniele: grazie.)
30 December 2004 alle 7:41 pm
Emanuele!
Meno male che ci sei pure tu!
Emanuele!
Meno male che qualcuno mi sveglia mentre sogno!
Mi dai una sferzata di energia per zumare-fuori da questa macro fatta sull’idea grazie alla perla di Daniele poco sopra. M’hai dato una scossa che mi ha fatto ricordare che la domanda che ci stiamo ponendo, raffinata da tutti i vostri contributi è diventata recentemente così:
Quindi, correggetemi se sbaglio, l’idea è uno dei fattori del successo.
Emanuele ci grida nelle orecchie da due centimetri: E I SOLDI?
e il piano dei lavori?
E la promozione del progetto attraverso un piano di lavoro che consenta di reperire i fondi?
Risento questa cosa per l’ennesima, triste, volta:
Perchè non parliamo (pure) di cose pratiche?
Emanuele: hai suggerimenti?
Come si fa a pianificare la produzione di un’oggetto audiovisivo multimediale (suono ed immagini in movimento) e/o interattivo (le immagini si muovono se schiaccio i tasti)?
Come si promuove un Idea-Che-Funziona al Signor Finanziatore che ha occhi solo per gli amici?
Quanti soldi mi servono? Quanti soldi devo chiedere? Come li spenderò?
Quanti? Quanti? Quanti?
Come? Come? Come?
Come si consolidano i processi? (Quali processi?)
E, vi prego, in nome di Lasseter, Chi? Chi si può fregiare del bollino del successo commerciale garantito? Chi?
(Emanuele: scrivi poco ma scrivi bene.)
31 December 2004 alle 12:07 am
LE CIOFECHE
Mi piacerebbe sapere quali sarebbero queste grandi ciofeche che hanno anche successo di pubblico.
LA GRANA
Trovo divertente la provocazione di Emanuele sulle “discussioni filosofiche”, evidemente collegate al mio post. Però dovremmo tutti sapere che prima del “pitching e project planning”, c’è una cosa che si chiama, oddio-no-ancora-una-volta-questa-parola, idea. Non vorrei sbagliarmi, ma se si attua una modalità di pitching con un project planning ultramegagalattico su un’idea scarsa, penso che le possibilità di successo siano minime. O no?
PITCHING BLACK
Qualcuno (aiuto! massimo!) potrebbe definire qualche modalità di pitching e descrivere meglio cos’è un project planning. Tutti ne conosciamo il senso, ma a questo punto è necessario che qualcuno ne dia una definizione e spiegazione più professionale, diciamo tecnica
COME SI PROMUOVE UN’IDEA CHE FUNZIONA AL SIGNOR FINANZIATORE CHE HA OCCHI SOLO PER GLI AMICI?
Semplice: non si promuove.
Mi sembra che siano due i percorsi, comunque, che un autore deve percorrere per cercare finanziamenti:
1) il vecchio metodo delle telefonate scassazebedei al nostro contatto, con blocco di disegni e testo sottobraccio, suole rinforzate, nocchie con calli (toc-toc)
2) le istituzioni europee (quelle italiane penso che possiamo tranquillamente scartarle subitaneamente). Qui potremmo cominciare a lasciare qualche link e poi spiegare qual’è il metodo migliore per presentare le varie scartoffie.
31 December 2004 alle 12:07 am
Bene.. ringrazio Massimo per il suo commento del commento
Qui di seguito ho ricostruito un pò il tuo discorso e rimesso in bolla alcune cose (ah.. fare anche l’architetto e visitare cantieri cosa non fa dire! ahahah).
Avverto tutti che il mio scritto è un pò sopra le righe mi sono persino permesso di fare Assiomi (e chissono, Newton?? ma sono lì per essere elaborati!
Sì, ognuno condivide le sue idee, i nostri cervelli le clonano come fanno i geni.. i memi/idee si duplicano e “rendono solido” il mondo. Ma sono condivise per parte delle persone e la solidità del mondo e della credenza è tanto più grande tanto più energia ci si riversa su… Ma allontaniamoci dalla metafisica pura e passiamo a triturare..
Leonardo, era un figlio di commercianti, se non erro, era uno della nuova borghesia, ed era inviso ai dotti ufficiali ed accademici, proprio per questo. La sua forza era rendere solida la sua visualizzazione. I disegni suoi sono spettacolari perchè scendono nel dettaglio, sondano. Ho disegni di un mulinello di acqua fatto da lui e si capisce che lui andava a vedere la struttura delle cose. Sono disegni meditativi in un certo senso. i suoi progetti, invece, non sono aritmetici.. era un grande pizzaideologo
Se volete approfondire… (ma non è affatto tenero su Leonardo)
Clifford Ambrose Truesdell “Essays on the history of mechanics” Springer Verlag Berlin
Beh.. non conti il fattore tempo, Massimo.. se adesso tu citassi Toy story ti darebbero del facilone e di quello che non ha idee.. ma se lo facessi fra 50 anni… Insomma c’è sempre da considerare il salto e gap generazionale, un pò come la tradizione orale prima dell’invenzione della scrittura… e poi.. clonare… quello è compito dei remake (che alcune volte sono meglio dell’originale, ma solo in alcune ristrette) è l’interpretazione quello che fa…
H hai visto in Monster & co che i giochi che Sullivan dà a Bu sono di bugslife, Toy story e di Nemo (che sarebbe arrivato solo un anno dopo?) quella è citazione interna è narrare come narrano i libri “Che si parlano sempre tra di loro”.
E poi.. clonare una cosa di successo… quante probabilità hai di fare qualcosa di meglio?
Nulle? poche. troppo poche.
Dovresti essere un genio. ma qui, come Salvucci dice ci vuole un pò di pratica…
allora genero un assioma.
Stante che la condivisione rende solida una realtà e una comunicazione la moltiplica, una rielaborazione ha tanto più probabilità di successo quanto più l’originale è stato elaborato male, tanto più lo scarto narrativo e metaforico è un processo attuativo ed attualizzante. concorrono come corollario: la distanza della cultura di origine della narrazione, l’età e la distanza temporale.
Su attuativo ed attualizzante… rendere dinamica con tagli e tempi attuali un’opera antica come l’Odissea, ad esempio. attualizza i contenuti e li equipara al substrato conoscitivo e comunicativo contemporanei…
a tal proposito arrivi bel bello con..
beh, Massimo mi ricordo che lessi un libro di cui purtroppo non mi ricordo il titolo… era di un russo, se non erro… la tesi delo studioso era che la struttura
delle favole russe aveva sempre lo stesso andamento: preciso come mai, stessi personaggi in situazioni tipo differenti.
4-5 personaggi più o meno le stesse relazioni parentali (che rendono verosimile e fanno partecipare l’ascoltatore perchè lo colpiscono nel personale più personale) che possono variare, si profila un problema, un oggetto magico, (un personaggio magico, ecc.) un antagonista, un eroe… ecc. centinaia di favole diverse costruite con una dozzina di elementi!
Pensa Massimo e voi (ma è la cosa più scontata del mondo) al tema LOTTA BENE MALE… quanti film o corti di successo annoverate su questo tema? (TUTTI, è un azzardo?? ma neanche tanto)
Secondo assioma
Una rielaborazione o una narrazione hanno tanto più successo tanto più hanno come tema base una situazione emotivamente coinvolgente per l’ascoltatore
Il processo, il processo… non la ricetta. le scelte di processo e di COME SI REALIZZA devono essere coerenti.
Delineare affinità e vedere se la semplicità è sempre chiara
Terzo assioma
Una narrazione di successo è tale se, ad ogni livello di struttura (in modo omoteticointerno e frattale) la situazione è raccontabile e narrabile con
chiarezza e semplicità.
Pensate all’Odissea film:
LIVELLO NARRAZIONE
primo livello
Ulisse deve tornare a casa. mentre torna gli capitano cose per colpa di Nettuno.
Semplice? sì, ma le cose che gli capitano?
secondo sottolivello
nella grotta di polifemo deve uscire…
terzo sottolivello
i due stratagemmi (il mio nome è nessuno, e i caproni a cui si aggrappano)
LIVELLO REALIZZAZIONE
Ulisse è un personaggio in carne ed ossa Polifemo lo facciamo cartoon? (non
credo proprio) e via discorrendo..
Sono banalità e qui manca una disamina più approfondita, ma dovrebbero
essere sfrucugliate ogni volta…
Il criterio è variabile. Per un singolo come albee fare Kaze è un successo personale e di showreel, ma la storia?
Mi dicono male. La Pixar ha altri obiettivi. E li centra. Ha successo.
Coinvolge, perchè utilizza quello che è il substrato comune a tutti gli uomini su questa terra, (amicizia, antagonismo, sogni incubi, risate e situazioni
paradossali, maturazione di un rapporto ed elaborazione di un sentimento pur edulcorato)
Il procedimento creativo che decreta il successo è la coerenza delle scelte.
L’unico che genericamente mi sento di indicare.
Se scegli di rompere con la tradizione rompila.
Se scegli di fare ridere non scegliere atmosfere cupe se non come “contrappunti musicali”, ecc.
Q questo è l’unico criterio valido a qualunque scala, non trovi?
Per me successo era far vedere le mie immagini ai parenti ed amici,
adesso è farle vedere alle community…
Per le strutture cinematografiche questo sarebbe un fallimento colossale…
dipende dalla scala e così anche i finanziamenti… (ti rimando in fondo per
sviluppare questo argomento..)
Poi Lunghini ci porge questo pensiero…
Ha ragione. Questo è quanto. Ipse dixit anche per me.
Ognuno ha il suo mondo e lo scarto interpretativo e metaforico di cui discorrevo è la struttura della distanza tra questi mondi/universi.
Salvucci, poi entra nel vivo e mi permette di arrivare a rispondere in una botta sola a te, Massimo quando chiudi con una raffica di domande.
Questa è una gran cosa… il pitching è una cosa che nella nostra cultura manca, e personalmente l’ho considerata una mostruosità la prima volta che mi descrissero cosa fosse (spero che non stia prendendo una cantonata, sono i 5 minuti dati ad un autore per convincere i potenziali produttori a comprarlo, vero??)
Tuttavia è l’unico metodo che permette di individuare il mix tra questi
elementi:
Iidea buona/fenomenale
Coscienza dell’autore delle proprie potenzialità
Coscienza dell’autore delle potenzialità dell’idea
Coscienza da parte dell’autore dell’appartenenza ad un sistema
In una sola: tanto è cosciente l’autore tanto ha potuto semplificare dentro di sé l’idea per renderla comunicabile.
Badate che ho ritarato il concetto calandolo nel caso del caso di scelta di un pacchetto completo "Autore che poi entri in un processo di sviluppo".
E qui si ritorna a piombo sul problema soldi... di cui si sta incominciando a parlare.
Avete visto i 4 punti di cui sopra?
3 sono soggettivi e non riguardano l’idea, ma riguardano la metodologia personale e la relazione tra il sé, il parto del sé e del sé in relazione con il mondo di riferimento/afferenza.
Esemplificando…
Uno non convinto di sé con una idea fenomenale, una media coscienza dell’intorno (strutture di produzione, step di sviluppo, ecc.) e con scarsa visione delle potenzialità viene triturato.
Meglio una idea media, portata avanti da uno che magari non è un genio nel capire che il produttore lo sta sfruttando ecc, ma che se stimolato, cambierebbe la propria idea per adattarla, ad esempio.
Qui si potrebbe fare casistica e scrivere tomi (inutili). È vita ed efficienza delle scelte.
Anche qui:
Una idea ben comunicabile è presumibile che vinca perché è coscientizzata dall’autore a tal punto da aver visto l’essenzialità. Ecologia della mente.
Infine tento di dare risposta alle domande di Massimo di poco fa.
La pianificazione??? ti basta Diagramma di Gammt? Pert, ecc.?
)
Ci sono metodologie più che consolidate per il SNP (processo di sviluppo nuovi prodotti) e ci sono tomi di economisti già ben studiati in ogni facoltà di economia (e vivaddio anche nella mia facoltà di design!!
Lo sviluppo di un audiovisivo è lo sviluppo di un nuovo prodotto: non ci si scosta manco di una virgola.
Se volete c’è anche un programma della suite Office che fa al caso in queste occasioni io l’ho utilizzato in prova ma è troppo metodico per i miei gusti…
http://www.microsoft.com/office/project/prodinfo/standard/default.mspx
Qui, però, prima di pianificare.. urge definire CHI fa le cose.
Individuare i ruoli, individuare le competenze e una bozza budgettaria di cosa sia MAKE e cosa sia BUY, uscendo dall’inglesismo, cosa si può fare in casa e
cosa si acquista.
Con questa idea si va da un finanziatore e gli si presenta la cosa.
Si tratta, in sostanza di fare un business plan.
Che è la metodologia più efficace per gestire questov tipo di cose.
http://www.planware.org/
So che la metodologia americana di marketing è becera, fa schifo come
la utilizzano in guerra ecc. ma per esperienza personale, seguire scrupolosamente
la compilazione un business plan… Aiuta tutto quanto ci siamo detti,
anzi, di più.
Nome dell’idea e breve spiegazione del processo gobale (il sommario o abstract)
Elenco e breve curtriculum dei proponenti l’investimento (leggete del team di sviluppo del cortometraggio)
Descrizione dettagliata dell’idea
Analisi dei putni di forza e debolezza dell’idea
Analisi dei concorrenti
Analisi del mercato
Analisi dei flussi di cassa e Conto economico budgettario per i primi 5 anni in tre casi (bene, medio, male)
decisioni prese in base all’idea, l’elenco dei punti di forza/debolezza.
Questo in soldoni e a memoria, la struttura di un business plan. L’esperienza di chi, come le commissioni che scelgono le imprese da accogliere negli incubatori di impresa, dice che è meglio un business plan che individua le debolezze, e che sia pessimista e che faccia vedere spirito di reazione, coscienza dei problemi e dell’intorno di riferimento. vedere ed essere consapevoli è la chiave di volta del mondo.
Semplificazione dell’idea prima di tutto! Per cultura noi facciamo fatica, gli anglosassoni a volte con la loro cultura stupid proof rompono le
palle, ma hanno una spiccata predilezione per la metodologia e chiarificazione dei processi. Indubbio!
C’est tout my friend.. ti aspettavi forse cose lunari o mie astrazioni iperuranee? no. Soluzioni (semi) pratiche!
Buon anno!!!
31 December 2004 alle 9:45 pm
Personalmente non ho alcun dubbio. L’idea, la storia, il concept (chiamatelo come volete) è assolutamente fondamentale per la buona riuscita non solo di un corto, ma di una qualsiasi altra forma d’arte, che in quanto tale deve raccontare, emozionare, comunicare qualcosa.
Arte e tecnica devono andare secondo me di pari passo. Un’idea fantastica può essere mortificata da una tecnica scarsa per ragioni diverse, pregiudicandone magari la fruizione da parte di una grande parte di potenziale “pubblico” limitandone, se non annullandone completamente, il successo.
E’ vero anche che se la tecnica è sopraffina ma il concept è scadente, il risultato non può che essere tale. Magari non si nota subito…accecati e quasi ingolositi dalla bellezza estetica della tecnica ci accingiamo a cibarci dell’opera…ma al primo morso ci accorgiamo che dietro la bellissima scorza c’è solo il vuoto. La “decenza” tecnica non può in nessun modo essere sottovalutata, ma non vi è alcun dubbio che l’idea sia la cosa più importante in assoluto.
Non va trascurata la ragione personale/di gruppo per cui si realizza un corto. Cosa si vuole dimostrare? So/sappiamo scrivere belle storie? Ho/abbiamo belle idee? Sono/siamo ottimi artisti? Sono/siamo tecnici espertissimi? Se riusciamo a esprimere tutte queste cose in un’unica opera…probabilmente abbiamo fatto centro. Nel senso che possiamo definirci “bravi” nel fare la cosa che amiamo di più. Manca però una domanda che , volenti o nolenti, è di fondamentale importanza:con il nostro prodotto si possono fare tanti soldi?
Se la risposta è negativa…probabilmente la consapevolezza di essere “bravi” è tutto ciò che deriverà dai nostri sforzi, unitamente a tanti applausi da parte degli “addetti ai lavori” che magari possono apprezzare la nostra opera su internet. La cosa triste e amara è che invece basta soltanto una risposta affermativa all’ultima domanda ad aprire le porte del vero successo “pubblico”, e questo aldilà della qualità del prodotto stesso.
Oggi come oggi è difficile tirare fuori idee assolutamente originali e potenzialmente di successo. Personalmente credo sia necessaria un’attenta analisi dell’attuale mercato, con particolare attenzione verso gli USA e soprattutto verso il Giappone, a mio avviso attualmente (e da sempre) avanti anni luce rispetto al resto del mondo per quanto riguarda contenuti e idee. Ma questa è un’altra storia…
Augurissimi.
1 January 2005 alle 2:19 pm
Cominciando con il commento di Daniele Lunghini:
Siamo nella sfera del soggettivo: suggerisco di fornire a Daniele titoli e motivazioni. Fatevi avanti.
Degli spunti estremamente rilevanti sono dati da Davide, qui sopra, dopo Daniele, e credo debbano necessariamente essere riportati in un nuovo, approfondito articolo. Comincio a sentire la necessità di fare questo ordine che prometto da giorni, ho paura sincera di chiudere i commenti qui, per veder calare il vostro interesse ma mi rendo conto che questa pagina (bellissima!) comincia a diventare ingestibile. Sto pensando di aprire delle categorie di articoli che trattino delle fasi di produzione di un audiovisivo, all’interno delle quali ogni argomento possa essere trattato in diversi articoli. Vi faccio sapere appena ho compiuto questa importante modifica.
Domanda lecita. Prima importante ed utile risposta data da Davide. Questo è un argomento che può far parte della categoria L’idea / presentare l’idea.
Per ignoranza ed allergia mi prendo, personalmente, per buona la 2.
Per la 1: va bene, sono d’accordo. Che diventi argomento da integrare in L’idea / Presentare l’idea. Voglio metodi, tecniche, dettagli d’uso.
3 January 2005 alle 11:21 am
Finalmente posso ringraziare Davide per l’incredibile lavoro che sta svolgendo con i suoi contributi sotto forma di commenti a questo articolo.
Come mi ha detto Marco, l’ultimo commento di Davide sembra più un articolo scientifico che un commento.
Davide, il più accademico pensatore di questo caffè elettronico ci dona un intervento fiume, così denso di spunti da diventare un altro importante punto di riferimento nel nostro cammino.
Davide cita argomenti di assoluta importanza strategico-scientifica. Sulla convalida e diffusione delle idee parla di memi, ovvero idee, motivi di pensiero, che si diffondono con una loro vita ed autonomia come se fossero dei geni.
Davide: ti registro come autore su Cgitalia, ti piacerebbe scriverci con più spazio e libertà cosa sono i memi, come possiamo utilizzarli per il nostro bene e come potrebbero ricoprire un ruolo fondamentale nella nostra attività creativa?
Su Leonardo e le sue origini, Davide, scrive:
Quant’è potente questa frase! Rendere solida la sua visualizzazione. E’ stato uno dei primi 3d artist della storia? Il primo dei più importanti visualizzatori di informazione esistiti?
Leonardo era un information designer, un progettista dell’informazione?
Un’altro appunto interessante:
[...]si capisce che lui andava a vedere la struttura delle cose [...]
Andare a vedere la struttura delle cose.
Andare a vedere la struttura delle cose.
A n d a r e a v e d e r e l a s t r u t t u r a d e l le c o s e .
Davide, (finalmente!) non sono d’accordo con te quando dici:
Chi mi aiuta a supportare l’affermazione che per diventare grandi, un metodo, è quello di copiare i grandi?
Chi ha detto che copiare è la più grande forma di ammirazione?
Chi afferma che se prima non sai fare quello che sanno fare i grandi non puoi essere più grande?
Io voglio copiare Luxo Jr perchè con il mio computer, a casa, posso farlo. E se lo copio, lo clono, imparo una tale quantità di cose da innalzare le mie capacità sensibilmente.
Se produco una copia indistinguibile di Luxo Jr, io attirerò su di me attenzioni interessanti, degli autori originali, del pubblico, della critica.
Forse la domanda più ricorrente che suscito sarebbe quella relativa alla mia probabile insanità mentale: ma io farei parlare di me, farei promozione delle mie capacità tecnico-artistiche.
… e miglioro
Se io clono Luxo Jr e lo miglioro: nella resa, nella regia, nella tecnica, nella recitazione, nella narrazione: io faccio egregia promozione di me come autore/produttore/realizzatore.
Chi diceva che di tipologie di storie ne esistono pochissime e che tutte le storie narrate sono basate su una di queste?
I memi/geni della narrazione! Esistono?
Mi interessa tantissimo questo meccanismo! Una storia frattale. Ricorsiva. Che cita se stessa quando ancora deve essere scritta. Un’eterna ghirlanda brillante?
Ottimo spunto Davide, ottima osservazione. Questo della citazione interna è un meccanismo che mi voglio annotare, approfondire ed utilizzare in una futura categoria di discussione che potrebbe essere L’idea / La Storia / La Narrazione / Le tecniche di narrazione.
E’ tutto da dimostrare. E comunque la frasetta recita: clona e migliora, sebbene pensi che già clonare i successi sia un successo oggettivo.
Per favore, Davide e tutti, lasciatevi provocare: dimostratemi che NON è vero che clonare un successo sia un successo.
Oh Madonna:
Oddio! Che vuol dire? Davide, adoro il tuo stile corretto e forbito, ma ti prego, fammi capire.
Ah!
Ah!
Comincio a sentire una sospetta sintonia!
Ah!
“La struttura delle favole russe aveva sempre lo stesso andamento”
Ah!
Ma allora questa mia capa bacata ha qualche rotella che funziona?
Bella prova. Stiamo scavando bene.
E bravo Davide.
Quello che mi scrivi poi di seguito a quel brano, va nel mio blocco degli appunti. Voglio saperne di più. Devi dirmene di più. Voglio un articolo dove potermi concentrare in commenti pertinenti con questo solo tema. E come per fatti miei scrivevo sopra, questo va, secondo me in:
L’Idea / La Storia / La Narrazione / Tipologie di Narrazione (Tecniche?)
Va bene? Voglio un articolo a se stante.
Zompando al pitching, non ho voglia di cercare ora, è vero che:
Ri-chiedo: è vero? Ne parli così approfonditamente, mi pare difficile che ti stia sbagliando.
In quello che scrivi dopo sul Pitching, sul Management, sul business plan, sugli strumenti software: voglio approfondimenti in articoli separati.
Si potrebbero aprire queste categorie:
con le relative categorie: strumenti, tecniche, metodi, risorse.
Davide sei un fiume. Grazie per la tua impetuosità. Ti verrò in aiuto smontando il tuo intervento e valorizzandone ogni parte nei luoghi e nei modi più adatti.
Abbiate pazienza per vedere realizzate queste promesse logistiche ma DATEMI CONSIGLI nel frattempo.
Un ultima cosa: Davide, la cura e l’impegno che stai mettendo nei tuoi contributi mi colpisce. Nella qualità di quello che dici, nella forma, nella scrittura.
Non ti fermare.
Per favore.
3 January 2005 alle 6:28 pm
Ragazzi, questa iniziativa hobbistica e a tempo perso mi sta richiedendo notevole impegno per mantenerla: che bello!
Finalmente trovo un attimo per rispondere a Lino, Lino Grandi si inserisce felicemente nel nostro discorso visto che ha l’esperienza diretta di aver partecipato alla realizzazione del primo lungometraggio interamente in computer grafica 3D della storia del cinema italiano.
Sto parlando ovviamente di L’Apetta Giulia e la Signora Vita le cui fatiche 3D sono da ascrivere alla romana Digitrace di Francesco Mastrofini
Riassumendo i punti salienti dell’intervento di Lino troverei tutte conferme: per fare un prodotto audiovisivo occorre l’idea (il concept), la tecnica, la motivazione.
Un punto sostanzialmente assente dalla discussione, così com’è maturata sinora, è quello dove Lino dice:
Questa, Lino, è un’altra faccia del successo che sicuramente riveste un ruolo di capitale importanza per la maggior parte di noi.
O forse no?
Sul fatto che occorra analizzare chi il successo c’è l’ha mi trovi in totale accordo quando dici:
Ma qui in Italia non c’è niente da studiare per capire il successo del cinema? E del cinema di animazione?
Ed oltre ad USA e Giappone non esiste nessun’altra realtà degna del nostro interesse genuino?
Lino, grazie per esserti unito a noi. Mi piacerebbe molto continuare a leggerti.
3 January 2005 alle 11:31 pm
Ciao massimo.. vedi che ti saboto il tutto e mino il mio stesso consiglio di chiudere
questo thread e riallinearlo?
A parte la facezia.. vedo che finalmente hai preso in mano il tuo ruolo.. ben felice di darti una mano
a capire e a strutturare gli elementi che ho messo lì a mezzo…
ah.. beninteso per la consulenza…. ahahahahah!!! che mattacchione
Passiamo ai tuoi commenti…
Massimo tu chiedi di dimostrarti che copiare e clonare un successo non è garanzia di successo.
vediamo di articolare, quindi:
Hai ragione, a primo impatto: non abbiamo mai considerato una cosa fondamentale che, proprio nel business plan, viene richiesta (la descrizione delle competenze del singolo componente del team partecipante il nuovo progetto (di impresa di prodotto, di progetto, di audiovisivo): la coscientizzazione del livello di esperienza del suddetto elemento.
Per uno che è alle prime armi clonare perfettamente Luxojr è un risultatone dell’accidente.
anzi denota una grande maestria dell’osservazione. ma va bene come scuola, Massimo.
e qui si risalta alla questione: Relatività del processo di misurazione del successo.
Che detto in Italiano corrente è: il successo è sempre relativo al livello di attese che una mente ha.
Cosa è di sucesso? una possibile risposta è sull’articolo che ti ho scritto via mail e che non hai ancora pubbblicato. come vedi siamo in sintonia e la tua testa funziona, eccome se lo fa!
Altra provocazione.. ma solo per ridere.. fare luxojr clonato è come… prendere un power up oppure uno dei passaggi per avere esperienza… gioco di ruolo..
Ecco visto che hai aperto la questione… a poco a poco rilascia a noi, tuo pubblico fedele, una nota del grande affresco che ti rimbalza in testa ma poco per volta, ti si chiariranno le idee poco per volta, come in una tesi di laurea.. nessuno scrive il sommario e da lì parte
comunque.. la citazione interna autoreferenziale è una cosa che viene utilizzata molto ma qui c’è gente che di cinema ne sa MOLTO più di me.. a me personalmente vengono in mente… il montaggio di Pulp fiction.. dove se non vedi le citazioni interne non capisci l’ordine temporale della storia, ma anche le varie citazioni di film come “L’esercito delle 12 scimmie” dove tutto è un paradosso temporale ciclico infinito. La già citata Monsters&co, invece, afferisce ad un altro caso… citare altre opere, è il tipo di citazione che ha fatto di Shreck quello che è stato… e magari ce ne sono altre…
ma questa va in un altro thread per forza..
A quel che mi ricordo corrisponde con quanto sentito, guarda a caso, in un master che ho aiutato ad organizzare al Politecnico di Milano dal titolo: Creare impresa di design.
La docente organizzatrice veniva dal mondo audiovisivo e diceva sempre ai ragazzi che partecipavano di pensare a sintetizzare come se avessero 5 minuti di tempo…
se non erro lo chiamava appunto “pitching dell’idea”.
Una lotta con se stessi e le proprie tensioni… una scuola della mente. avere di fronte un pubblico e dominare le proprie paure, avere le idee chiare in testa, rendere semplice il complesso, essere accattivanti per convincere i compratori che la tua idea vale i loro soldi.. non dimentichiamoci del rispetto che si deve agli altri anche se appartengono ad una categoria “ostile”
infine rivediamo il seguente…
Trattasi di una frase che cerca di dare regola per capire che probabilità ci sia per un corto di avere successo in relazione all’esistente.
prende in esame:
l’originale è stato elaborato male
se il remake o clone è fatto meglio oggettivamente (secondo i parametri estetici dell’epoca di riferimento)… beh. hai più probabilità di successo, anzi sfrutteresti proprio il confronto sul più debole per crearti il successo specie se la storia o plot deriva dalla letteratura e l’adattamento originale non è un capolavoro…
sul processo di scarto metaforico…
sai che la conoscenza arriva per differenza.
questa differenza serve anche per dare novità.
ne parlavo all’inizio del mio intervento circa i mondi diversi di Lunghini.. e sulla novità.
Se il remake o il clone prende la sotria e la reinterpreta attualizzandola… beh, già si potrebbe avere un successo decisamente adeguato anche facendo una copia.
Citavo l’Odissea ricordi? quante versioni cinematografiche sono state fatte? tantissime. Eppure c’è sempre qualcuno che la reinterpreta bene.
E qui giungono a fagiolo i due corollari alla metaregola che mi ero permesso di coniare:
la distanza della cultura di origine della narrazione, l’età e la distanza temporale
Questi due fattori, da soli impattano enormemente sul risultato dell’equazione…
Prendi sempre L’odissea intanto che siamo in tema.
l’ultimo sceneggiato visto in Italia, se non erro era prodotto dalla RAI. fatto in Italia, affine, per cultura alla Grecia.
Che differenza PER NOI e che BEL (sempre per noi) remake questo rispetto a quelli degli americani che avevo visto da piccolo.
per forza, lo scarto di cultura (o quello mtaforico narrativo) è un processo delicato come ti dicevo…
in questo caso: processo di attualizzazione del plot (colori, ritmo di montaggio, musiche, inquadrature, fotografie moderni) con avvicinamento culturale (riduzione dello scarto metaforico dell’interpretazione).
e quindi, e spero di essere chiaro e non farraginoso…
lo scarto di interpretazione avviene in ingresso per una copia ma anche in uscita per chi vede… se la cultura di appartenenza di chi interpreta per fare è simile a quella di chi vede allora possono esserci delle facilitazioni (o delle difficioltà, dipende dalla bravura e da quanto si è coscienti di tutte quelle cose che vengono comunicate in un audiovisivo).
Infine il salto temporale. rifare continuamente versioni dell’Odissea, porta sicuramente alla caduta. può anche esserci una versione stellare, con effetti speciali mistici, fatti da artisti, con una musica che penetra nelle ossa, donne e uomini bellissimi e recitazone perfetta, ritmica la narrazione ma anche ricca di dettagli (magari con dei flashback con la vita di Omero (“c’era anche un vecchio aede che si accecò per rimaner nel sogno”….))
ma se viene dopo che i clienti finali ne hanno viste 10…
lascio a te le conclusioni.
Per questo problema, sebbene non si possa pianificare il singolo, si va a statistica… dopo tot anni il mercato sente la necessità… questo è marketing ed ecco che siamo usciti dal nostro mondo di silicio…
certo il problema è MOLTO più complesso…
grazie ancora!
Davhub
5 January 2005 alle 8:45 pm
Aggiungo solo brevemente alcuni commenti:
- Intanto, bella partecipazione… bella discussione!
- Mi trovo in linea con Davide H.
- Non ho molta voglia di quotare…ma qualcuno aveva detto che l’idea non-originale non vende. Mi sa che bisogna andarsi a vedere un po’ di numeri. Cosi’ a spanne si vede facilmente che il 90% dei “prodotti” per l’entertainment hanno un valore “comunicativo” e tecnico davvero sotto “una media accettabile”.
Se vogliamo iniziamo dai sequel dei sequel, per finire nelle produzioni di serie C, sia televisive che cinematografiche che interattive.
Ma quanti Spielberg ci sono? Ma quanti Carmack?…pochi! E pochi sono i prodotti di qualita’.
Il resto del mercato? Prodotti “quasi-qualunque” che vendono – e sono creati – secondo precise stime del settore, secondo indagini di mercato, secondo l’audience-target…secondo il fatto che sono costati 200K euro e ci si fa sopra una campagna marketing da 20 milioni…secondo il fatto che “il bambino medio si infila le dita nel naso”. ^_^
- Pitching – come diceva Davide – 5 minuti densi e descrittivi quando sei a colloquio, ma anche tutto quel materiale che riguarda il progetto – project plan, presentazione – slides – “quotes”, “one-pager”, planning…ecc.
Ci sono professionisti in ogni settore che fanno solo questo.
- Priorita’ sul territorio.
Indovinate cosa hanno risposto i professionisti italiani (all’estero) di videogames a un sondaggio del tipo: “di cosa c’e’ bisogno in Italia per fare videogames ?”.. ?!
a) Ottime idee ?
b) Associazioni ?
c) Rapporti con le universita’?
d) Agevolazioni finanziarie ?
…bravi… “d” !!!! ^_^
Non mi stanchero’ mai di ripeterlo… vogliamo aiutarci? Parliamo di soldi, marketing e piani d’impresa. Diamo una volta per scontato che abbiamo delle idee buone e che siamo un TERZO MONDO finanziario e organizzativo!
Massimo, facciamoci un favore… iniziamo per esempio a chiederci… “dov’e’ e cosa DOVREBBE fare per noi il Ministero per l’innovazione tecnologica?!”, “DOVE sono i fondi della CE per le nuove tecnologie?”…”ci serve un’associazione di categoria che alzi la voce se questi fondi vengono sempre e solo elargiti a chi fa DATABASE per le banche ormai da 20 anni a questa parte?!”…”esistono agenzie che per una cifra non assurda ci “pitchano” il progetto a Sviluppo Italia o ci creano un business plan?”… (mi sono stati chiesti fino a 20.000 euro per un business plan completo).
Massimo, facciamocene due di favori e parliamo anche di organizzazione… “cosa sono le policy aziendali?”…”che significa qualita’ del lavoro!?”…”cos’e’ il crunch-time?!”…”…ma davvero gli straordinari si PAGANO?! O_O”…ecc.
6 January 2005 alle 11:35 pm
Questa bellissima discussione è stata riassunta, riorganizzata ed arrichita in un nuovo articolo, venite a leggerlo ed a lasciare i vostri commenti: Fare cinema d’animazione: alla ricerca del metodo.
31 January 2005 alle 6:21 pm
Ciao ragazzi, sono buon ultimo e forse fuori tempo Massimo, ma vorrei lasciare i miei venti cenìtesimi:
Secondo me parlare del concetto di “successo” è molto difficile, perchè credo che sia nebuloso, in quanto è “a posteriori” e non oggettivo.
Quante volte vi è capitato di trovare irritante una cosa che per altri è favolosa (cito Final Fantasy per tutti) ??
Io penso che vadano distinti gli ambiti… Butto giù delle idee sparse sulle tematiche emerse nella discussione.
Premetto che parlo di corti a livello umano, cioè realizzabili da un uomo solo entro la sua morte e con un PC di costo accessibile. Penso che questa sia la situazione media di chi si propone di fare il “grande salto”.
Quindi escludo a priori la attuale Pixar, che fa i corti per esercizi di stile e per sperimentare nuove tecnologie (For the Birds era mirato alla realizzazione credibile delle penne degli uccellini)… il problema è che per loro fare una cosa che non piace è impossibile
Lo Scopo e il fine
Credo che lo scopo principale di un corto sia l’espressione di un’emozione che ti prende o di un’idea che ti “spacca” la testa fino a che non la realizzi… Il fine la pura “meraviglia” (cito il mitico A. De Lorenzo), l’autopromozione, o la crescita artistica personale. Se fa soldi o successo è tanto di guadagnato, ma se si dovesse partire con l’idea del successo finale in testa penso che si andrebbe incontro al fallimento.
L’Idea e la sua realizzazione
) avete citato principi universali, teorie più o meno documentabili, procedure e metodi standard per chi sa di scenografia e di cinematografia…
Vorrei essere provocatorio… Tutti voi (non ho letto tutto però
Non credo affatto che chi si ripropone di realizzare un’idea che lo “assilla” e lo appassiona da sempre stia a sottilizzare sullo storyboard (non è detto che ne conosca l’esistenza o sappia farlo), sulla previsualizzazione o su quant’altro; prende il mouse e si lancia in quell’iperspazio che è la propria creatività urlando Velocità Warp Mr.Sulu !!!
Tutte le conoscenze teorico/tecniche che mettete in campo non sono alla portata di tutti e non sono affatto (secondo me) un requisito fondamentale per la riuscita dell’idea e della sua realizzazione.
Spesso, nel mio lavoro quotidiano, mi trovo solo con me stesso a pensare se una cosa che mi rode dentro meriti di essere realizzata o no, e solo io posso giudicare la sua bontà o le sue potenzialità di successo. Sapete come ne esco ? Decido in funzione dei parametri di giudizio di colui che dovrà ascoltarmi (the boss), ma è troppo facile perchè facciamo lo stesso lavoro ed ho imparato a conoscere i suoi punti di vista.
Quando il target è chi sta aldilà del monitor la cosa diventa praticamente impossibile… Quindi penso che un’idea è “cool” se per me è “cool” e mi trascina la notte davanti a Lightwave per farle prendere forma; se agli altri non piace chissene…
L’idea è prima di tutto spinta emotiva… Mi ricordo un giorno di tanto tempo fa in cui il nostro comune denominatore (er Curatella) mi consigliò
. C’era un problema… a me non piacevano le animazioni e quindi non mi smuoveva nulla. Appena ho cominciato a modellare automobili (ferme) ho trovato il mio verme solitario e alla proposta di un corto di Team non mi sono potuto tirare indietro.
Fattore tempo e la tecnica
Il tempo lo ritengo l’unico sovrano, in quanto se non si ha tempo anche la migliore delle idee resta tale. La tecnica il più delle volte è fine a se stessa, specialmente se non è finalizzata alla ricerca o alla promozione personale e comunque deve essere asservita alle idee.
A tal proposito mi piace citare un corto in Lightwave che mi ha colpito molto: “REF” di Lukasz Pazera.
Ha seguito tutti i sacri crismi (storyboard, bozzetti dei personaggi, affinamento dei personaggi, previsualizzazione, ecc…), si è sviluppato una plugin per LW (AutoCharacterSetup4) per “riggare” velocemente i modelli, resa in multipass, baked radiosity (una finezza) per gli sfondi… TUTTO PER DUE MATTI CHE SI PRENDONO A CALCI. Ci ha messo quasi 4 anni, il risultato è “very cool”, i movimenti di camera sono veramente tosti, ma RIMANGONO DUE MATTI CHE SI PRENDONO A CALCI. In compenso si sta vendendo la plugin e fa pubblicità ad un’altra plugin (Surpasses, di Pawel Olas) che ha usato nella pipeline. HO TROVATO IL TUTTO PATETICO E GROTTESCO. Il suo corto che era partito come un’Idea è diventato uno spot pubblicitario.
Conclusioni (finalmente)
) e tempi di realizzazione biblici, ma nonostante questo era liberamente scaricabile e l’IDEA era sovrana.
Uno dei corti che mi ha più impressionato negli ultimi anni è “The HUNT”. Tecnica sopraffina (anche se con 3DsMax
La tecnica mi ha colpito, lo ammetto, la storia mi ha affascinato per il suo finale a sorpresa, ma la libera disponibilità me ne ha fatto innamorare, perchè l’ho potuto vedere mille e mille volte. QUESTO per me lo ha reso di successo.
For the Birds l’ho trovato su un FTP (shhh), altrimenti andava pagato… Io ho la fissa della Pixar (chiedete a Massimo C. cosa legge alla voce SOGNO NEL CASSETTO di Dario), ma ci sono rimasto di m…a. Fanno gli stramiliardi con i migliori film 3D della storia e hanno bisogno di vendersi un corto ???
Vi lascio quindi con la mia idea di successo… La libera disponibilità.
Nel mio intimo penso che la CG a questo livello (non i mega film a budget miliardari) vada resa liberamente fruibile, perchè tutti condividano i risultati, ne possano trarre spunti di crescita e, soprattutto, decretarne il successo.
I venti centesimi sono diventati cento euro…
Ciao e alla prossima
Dario
31 January 2005 alle 6:52 pm
Benvenuto Dario!
E’ un piacere incontrarti virtualmente su queste pagine. E’ ancora più bello leggere i tuoi ragionamenti soprattutto perchè risvegliano questa discussione che pensavamo un po’ sopita e anche perchè, personalmente, ho particolarmente apprezzato le tue conclusioni.
Sostanzialmente ci stai dicendo che per quanto preparati dal punto di vista teorico è, secondo te, praticamente inutile sprecarsi in tanta pianificazione.
Giustamente precisi:
E questo mi è utile per riaffermare la categoria più abbordabile dei corti che possiamo realizzare: 1 uomo 1 PC 1 corto.
E purtroppo sono d’accordo con te quando citi lavori di proporzioni etiche per ottenere risultati non proprio memorabili.
Qui ci apri un dialogo che potrebbe essere infinito: io ho bisogno di sapere come fare per realizzare un corto, con il mio PC, in un tempo umanamente ragionevole. Ho bisogno di saperlo. Devo scriverlo su queste pagine.
Come dicevo, sono particolarmente allettato dalle tue conclusioni:
La libera disponibilità!
Sì! Sì! Mi piace e mi sta bene.
Ma questo vuol dire che hai già un lavoro?
Che non ci vuoi campare?
Che non ti interessa la carriera cinematografica-animatoria-digitale?
Perchè se così fosse sono d’accordo con te su tutta la linea.
Dario, adesso che ci siamo trovati qui, vienici a trovare, non sparire eh…
Ciao,
Massimo.
1 February 2005 alle 9:57 am
Mi offri un ottimo spunto di risposta:
Nel mio delirare incontrollato volevo riferirmi ad un’”opera prima”, con la quale mettersi alla prova e con la quale testare il giudizio del pubblico. Con questa premessa è ovvio che si tenterebbe di linkarlo sui principali Forum di CG, spedirlo alle riviste principali di settore e via dicendo… Ovvero lo si renderebbe liberamente disponibile.
A questo punto comincia il bello e si aprono due strade:
1) Hai sfondato, te lo proiettano alle fiere più fighe del pianeta, ti contattano da ogni dove. ORA puoi cominciare (e non è detto) a fare il prezioso e a dare un valore al tuo lavoro… Salvo poi scoprire che quello che ti faceva impazzire fatto solo per te diventa un tormento se fatto su commissione o “incastrato” dai tempi di consegna.
2) Sei sempre il solito “sfigato” e il tuo capolavoro non prende. Tu ti senti comunque Lasseter e o provi con un altro o lasci perdere.
In tutti e due i casi, amio avviso tutto l’oro del mondo ed il successo più sfrenato non potrà mai sostituire/pagare l’emozione della tua prima preview in wireframe, del vedere muoversi su video quello che prima ti frullava solo in testa… L’ebbrezza della “creazione”
Non vuole essere un delirio di onnipotenza, ma solo una pallida descrizione dell’emozione che ho provato di fronte al mio primo rendering decente.
In ogni caso il fatto che tu abbia o no un lavoro, ci voglia campare o tu voglia fare carriera non ti risparmia la gavetta e il lavoro per il principale più famoso del mondo…”Gloria”
1 February 2005 alle 4:50 pm
Caro Dario,
se sto discutendo con decine di persone diverse riguardo al processo di creazione di cinema di animazione o cortometraggi di animazione non è perchè penso che un autore, un regista, un animatore o modellatore abbia come unico sbocco l’infernale bivio che tu presenti:
Forse, proprio perchè questa strada l’hanno imboccata in molti, forse in troppi o, addirittura molti non ci sono nenache arrivati, forse è per questo che sto cercando una *terza* via. Quella della fattibilità.
Riguardo all’emozione del primo rendering posso anche concordare con te. Ci sono passati tutti quelli che sono rimasti affascinati da un computer, un programmma di disegno o di grafica 3D e hanno dipinto col mouse o hanno schiacciato il tasto “render”.
Ma, forse, vogliamo saperne un po’ di più. Vogliamo sapere se questi brividini si possono trasformare in una professione senza lasciarci il fegato, il cuore, il cervello, l’orgoglio.
Dario e tutti gli interessati,
è per quanto ti scrivo qui sopra che ti chiedo di leggere il risultato di questa lunga ma utile discussione che si è cristallizzato in un possibile metodo per fare cinema di animazione.
Venite a discutere qui: vi stiamo aspettiando.