qual è il senso del nostro discorrere?
me lo chiedeva una mia amica italiana emigrata nella lussureggiante terra canadese.
questo spazio è una “pausa pranzo” sempre a disposizione, dove fiumane di frustrazioni si riversano con goliardica e malinconica ferocia.
Un non luogo dove veicolare e disperdere quel canceroso malessere che aspirazioni gambizzate lagnano da dentro.
Comincia a non interessarmi più cosa siano gli “italiani”.
è una definizione ambigua che per ampi tratti può determinare conclusioni pericolose.
Generalizzare è una sconfitta dell’intelligenza.
una scorciatoia per creare un problema etereo, non umanamente risolvibile.
arrendersi al proprio contesto in quanto abnorme alle proprie possibilità di cambiarlo.
Qual è il senso del nostro discorrere?
sembra una domanda sciocca ma mi ha pungolato per giorni.
smascherato.
come un mollusco senza la sua scorsetta di polemiche e malesseri calcarei.
il mio obbiettivo è “FARE”
a forza di parlare di chi mi impediva di fare questo o quello, ho finito con il dimenticare il vero obbiettivo, il senso stesso della mia resistenza.
Agire.
la situazione è difficile, ma comincia a sembrarmi superfluo ribadirlo come un mantra,
seduto a guardare la cima della montagna, dicendo ehi è troppo alta, così non vale.
il primo studio che voglio mettere sù, la prima “Pixar” che voglio avere, è dentro il mio cervello.
buffo, l’avevo quasi dimenticato.
di abitarmi.
Pengo
Luca Giarrettino


